DIRITTI E ROVESCI

Diffamazione, ecco l'emendamento che la casta non vuole

Le querele possono essere oggi uno strumento di intimidazione del potere contro editori e giornalisti

Redazione Pdn

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PARLAMENTARI, GIORNALI, INFORMAZIONE
ABRUZZO. Clima infuocato e disordine si registra sulle ipotesi di sciopero generale dei giornalisti indetto (e poi annullato) per lunedì prossimo.
Venerdì sera una nota fugace su Twitter del segretario della federazione nazionale della stampa annunciava il differimento dello sciopero già proclamato.
Franco Siddi ha parlato di «necessità di una riflessione dopo l'appello del presidente del Senato» Renato Schifani e l’ invito della Fieg. I due interventi «sono stati considerati elementi utili per una sospensione. Schifani ha aiutato Odg e Fnsi nella tormentata vicenda della legge sull'equo compenso. Il suo intervento meritava considerazione».
La nuova legge inasprisce pene per chi scrive e pone una inevitabile spada di Damocle che pende inesorabilmente e serve da monito, inibendo la libertà ed invitando subdolamente all'autocensura. Il dibattito oggi aperto in Parlamento sembra orientato (così come si legge in maniera più chiara sui giornali stranieri) a reprimere e contenere il diritto di cronaca in modo da renderlo meno pericoloso per chi detiene il potere dopo che negli anni scorsi si è tentato più volte di porre ulteriori limiti nella cronaca giudiziaria.
Qualcuno ha anche parlato di casta dei giornalisti, di emendamenti ad personam e di difesa ad ogni costo di chi sbaglia (cioè diffama): il problema è però molto ampio e riguarda tutti i cittadini e direttamene l'amministrazione della giustizia e del paese. Sorgono infatti problemi di "proporzioni" tra condotte sanzionate con il carcere (la diffamazione) e condotte obiettivamente molto gravi come il falso in bilancio, la corruzione, il falso e l'abuso d'ufficio che hanno ricadute maggiori sulla collettività ma punite con pene non parimenti pesanti.
Oggi inoltre, come dimostra anche la nostra esperienza, la querela o la citazione per diffamazione è un'arma potente in mano ai cittadini (anche se di solito i cittadini normali non querelano quasi mai) che si sentono in diritto di chiedere risarcimenti esosi per poi molto spesso vedersi respingere tali richieste. Nel frattempo editori e giornalisti rimangono impantanati tra decine di udienze, spese legali, tempo perso e nel caso di vittoria del giornale il ristoro non è mai adeguato per essere stati trascinati ingiustamente in giudizio.
E se un giornale (soprattutto piccoli e medi editori) viene citato 10 o 20 volte si capisce che il rischio di non riuscire a sostenere questo tipo di situazione è alto e nella migliore delle ipotesi si ripiega nel non scrivere le notizie più "pericolose" con l'effetto che i cittadini non sapranno.

L’EMENDAMENTO CHE LA POLITICA NON VUOLE

Mentre la Fnsi fa melina e annulla lo sciopero l'Anso, l'associazione nazionale della stampa on line da mesi è impegnata in contatti istituzionali per sensibilizzare senatori e parlamentari al fine di regolamentare davvero la normativa sulla diffamazione e salvaguardare la libertà e nello stesso tempo i diritti in gioco.
L'Anso si chiede: chi difende il querelato a fronte di un’ingiusta querela, quando quest’ultima viene fatta a fini intimidatori?
«La querela facile mette sotto scacco il giornalista», spiega l'Anso, «che deve riflettere due volte - chi non pensa alle sanzioni esorbitanti e al rischio della galera - prima di scrivere ciò che ha scoperto, o semplicemente nel fare il suo mestiere di cronista».
Il sindacato che riunisce le testate giornalistiche on line (per la maggior parte piccole realtà imprenditoriali) ritiene corretta una soluzione che veda inserita nel disegno di legge un emendamento per sanzionare - con la stessa cifra richiesta da chi ha sporto querela - anche colui che usa la querela come strumento di minaccia o di ricatto.
D’altronde, se il motivo della querela non sussiste, sembra giusto che il querelante paghi le spese processuali e si faccia carico dei danni arrecati al giornalista querelato ma dichiarato innocente: anche lui ha subito un torto, ha speso tempo e soldi per difendersi da un’accusa inesistente, ha subito pressioni psicologiche non indifferenti.
Un semplice meccanismo di equità che ristabilirebbe un equilibrio che ora manca ed il risultato immediato sarebbe che chi si riterrà davvero diffamato potrà comunque continuare a chiedere cifre esose sapendo in anticipo che nel caso si fosse sbagliato quella cifra dovrà pagarla per il suo errore.
Potrebbe essere questo uno strumento per evitare intimidazioni dirette e indirette ed un modo, se vogliamo indiretto, di rafforzare le piccole realtà coraggiose.
Per il momento nessun parlamentare ha inteso sposare questa linea forse perchè a risentirne maggiormente sarebbero proprio gli esponenti della politica e gli amministratori a tutti i livelli che sono poi i soggetti che si sentono maggiormente diffamati.
La cosa migliore -secondo l'Anso- è azzerare tutto, evitando il rischio di danni maggiori, ricominciando da capo per studiare un testo di legge degno di questo nome e che sia condiviso da tutti gli attori in causa. E il rischio incombente per la libertà di stampa e la democrazia è stato rilevato a ragione anche dall’Unione Europea.