SANITA'

I dati sulla mobilità: in Abruzzo diminuisce la qualità dell’assistenza sanitaria

C’è più attenzione ai dati dei bilanci che al miglioramento delle prestazioni

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ABRUZZO. In Abruzzo la mobilità sanitaria passiva del 2011 è pari a 169 milioni (per la precisione 169.099.158 euro).

Si tratta della somma degli importi che la Regione paga per i ricoveri e le cure nelle Marche, in Emilia, in Lombardia e così via. Quando se ne parla però la cifra ricorrente è di 67 mln, che è la differenza tra quanto l’Abruzzo paga e quanto incassa con la mobilità attiva, cioè tutti quelli che vengono a curarsi in  regione. Il dato della mobilità passiva reale, messo tempestivamente a disposizione dall’assessorato alla sanità, pone almeno due problemi: cosa fa la Regione per limitare questa emorragia di soldi verso l’Italia più ricca, con tutto quello che comporta come minore lavoro per gli abruzzesi, e cosa fa per aumentare l’attrattività della sanità abruzzese per trasformare l’assistenza in attività economica?
 Perché, confrontando i dati della mobilità, emerge che negli ultimi anni si registra una fuga sempre maggiore di abruzzesi verso la sanità delle altre regioni e contemporaneamente un numero sempre minore di pazienti extra regionali che viene a curarsi in Abruzzo. Sommando i due trend il risultato è che diminuiscono i posti di lavoro in sanità: meno infermieri, meno medici, meno tecnici ed amministrativi, meno indotto, meno servizi sul territorio.
 Di questo non sembrano preoccuparsi gli attuali “gestori” della sanità che sono riusciti a risanare i conti, ma che poco sembrano aver fatto per migliorare la qualità dell’assistenza. E così l’Abruzzo paga 49 mln alle Marche, 38 al Lazio, 28 all’Emilia Romagna, 15 alla Lombardia e via scendendo alle altre regioni con un dato che è chiarissimo: i soldi dell’Abruzzo povero vanno alle regioni più ricche. Con l’aggravante che per gli abruzzesi non c’è nemmeno la soddisfazione di avere una sanità di eccellenza, visto che nonostante due facoltà di medicina e tanti ospedali (pubblici e privati) il livello qualitativo dell’assistenza non sembra elevato, almeno secondo i dati della mobilità.
Il fatto è che spesso si fa confusione addebitando ai tecnici tutta la responsabilità di questa disfatta. In realtà che ci siano parametri nazionali che tagliano i posti letto o gli ospedali non c’entra nulla con la qualità dell’assistenza: questa dipende esclusivamente dalla preparazione dei medici, dalle attrezzature, dalla formazione del personale infermieristico ed in ultima analisi dalle scelte della politica, che però sembra più interessata alla difesa dei singoli ospedali o dei primari minacciati di taglio, piuttosto che ad un discorso di qualità.
Non a caso infatti non si parla più delle aziende autonome universitarie, previste dal vecchio Piano sanitario e poi cancellate dal decreto sul terremoto. Molti ricordano gli anni ’80 e ’90 quando soprattutto l’Università d’Annunzio con i suoi “baroni” produceva mobilità attiva. Poi un lento declino, con questi risultati che forse certificano i guasti di una gestione universitaria sottomessa alla politica. Oggi con le novità sugli ospedali rapportati al bacino di popolazione l’Abruzzo rischia di essere relegato ad una marginalità irreversibile se non riparte il discorso di una sanità di eccellenza legata all’università. Ma finora nessuno lo dice.
Sebastiano Calella