Pericolo tagli per gli ospedali abruzzesi e nuovi accorpamenti per i reparti

Roma chiede l’adeguamento agli standard nazionali secondo la popolazione

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ABRUZZO. La sanità abruzzese si riorganizza.

 Il nuovo schema che disegna gli ospedali, calibrandoli sul bacino di utenza (cioè sulla popolazione) è già arrivato negli uffici regionali ed ora è stato reso pubblico anche per la stampa.

Ricordate la chiusura dei piccoli ospedali, il taglio dei reparti e dei primari, il nuovo assetto della sanità abruzzese disegnato dal Programma operativo del sub commissario Baraldi? Non valgono più, sono carta straccia: il regolamento Balduzzi, che poi è un’applicazione del decreto sulla spending review (passata sotto silenzio in Regione e dintorni), prevede una nuova griglia per ospedali e reparti e mette in pericolo molti territori, oggi già poco serviti.
Il regolamento, appena arrivato, prevede nuovi standard qualitativi e quantitativi per ospedali e reparti. Gli ospedali vengono divisi in più livelli, secondo il bacino di utenza, e anche i reparti ospedalieri saranno attivi solo in presenza di un certo numero di abitanti.
Gli ospedali saranno di tre tipi: quello di base con un bacino fino a 150 mila abitanti, avrà il Pronto soccorso e pochi reparti; quello di primo livello, con bacino fino a 300 mila abitanti, con un Dipartimento di emergenza e più specialità; quello di secondo livello, con un bacino di popolazione tra 600 mila ed 1,2 mln di abitanti, attrezzato di tutto.
Lo schema però non è statico, nel senso che non sarà sufficiente osservare e rispettare questi requisiti: un aspetto importante è vedere la produttività di questi ospedali, la durata della degenza e gli esiti delle cure, il che porterà una premialità con maggiori fondi alle Regioni che hanno meno mobilità passiva e che attirano più “pazienti-clienti”.
 Più o meno gli stessi criteri valgono per i reparti ospedalieri esistenti, un modo per dire che in Abruzzo sono in vista altri tagli. L’unica consolazione è che forse non saranno diminuiti i posti letto, visto che il regolamento ed il decreto della spending review impongono una soglia che l’Abruzzo ha già raggiunto, cioè 3,7 pl per mille.
Sicuramente c’è però il rischio concreto che gli ospedali debbano sopprimere i reparti che non rispettano gli standard nazionali.
Per chiarire il criterio di questa riorganizzazione, si tratta di ridurre le spese tagliando le piccole strutture: ad esempio tre chirurgie da 15 posti letto dovranno essere unificate in una struttura più grande. 


Il tutto viene giustificato dal fatto che - sempre esemplificando - un reparto di chirurgia toracica da 15 posti non ha senso, perché secondo la letteratura scientifica il bacino di utenza per alcune specialità dev’essere di un reparto ogni milione di abitanti, oppure ogni 500 mila e così via.
Solo così si avrebbe la casistica necessaria, solo così il personale diventa più efficiente ed anche il potenziale paziente è più sicuro di avere una prestazione di alto profilo professionale. E’ un pò la stessa filosofia che ha portato alla chiusura dei punti nascita con meno di 500 parti/anno e che è stata utilizzata per la Cardiochirurgia o altre specialità particolari: ci può essere un reparto ogni milione di abitanti e siccome l’Abruzzo di abitanti ne ha un milione e trecentomila, di reparto cardiochirurgico ce ne sarà uno solo, al massimo due visto che  il bacino di popolazione prevede un massimo ed un minimo.
Di conseguenza i reparti che potranno essere attivati nelle zone interne saranno sempre pochi. In realtà questa operazione doveva avvenire entro il 31 ottobre, previo parere delle regioni, non solo l’Abruzzo, che però non sembrano essere d’accordo. Il fatto è che questa idea della medicina legata al rapporto con il bacino di utenza ha un senso scientifico, ma non tiene conto delle realtà territoriali. Infatti questo standard può valere per le regioni più abitate e per bacini urbani.
Prendere l’Abruzzo (il Molise secondo questa ipotesi non dovrebbe avere nessun ospedale grande) o l’Umbria e la Calabria e pensare che si utilizza la metropolitana per arrivare dalla montagna all’ospedale sulla costa dimostra solo la scarsa, inesistente conoscenza del territorio.
Tra l’altro non si tiene conto che le due facoltà di medicina esistenti in Abruzzo potrebbero trovarsi senza reparti dove istruire i futuri medici. Finora, a quanto se ne sa, la Regione sta resistendo.
 Fino a quando? E come sempre rispunta la solitudine del Commissario di fronte alle scelte romane e l’emarginazione del Consiglio regionale su questo problema. Eppure basterebbe un pò di buonsenso: passi per la Cardiochirurgia o per altre specialità spinte, ma la chirurgia toracica e gli altri reparti simili non dovrebbero essere accorpati solo con il criterio della presenza di popolazione, proprio per non desertificare ulteriormente le zone interne che sarebbero – come al solito – le più mortificate da questi tagli. E se passasse questo principio del bacino di utenza, cioè della popolazione, alla fine in Abruzzo ci saranno solo due o tre ospedali “completi”: Teramo, Pescara-Chieti, L’Aquila.

Sebastiano Calella