LA SENTENZA

La sentenza, Corte d’Appello ‘salva’ Picciotti

Non dovrà restituire 32 mila euro alla Regione

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MASSIMO CIRULLI

L'avvocato Massimo Cirulli

ROMA. Per una sentenza di condanna ne arriva anche una di assoluzione.
Settimane dense di novità per Marco Picciotti l’imprenditore di Altino, ex braccio destro di Giancarlo Masciarelli, indagato nell’ambito del processo sui fondi Docup della Fira. Il processo penale è ancora in corso ma la giustizia contabile ha tempi decisamente più rapidi.
Se il 3 ottobre scorso è arrivata da parte della Corte dei Conti la condanna a risarcire la Regione e la Fira con 102 mila euro solo qualche giorno prima, il 29 settembre, Picciotti aveva tirato un sospiro di sollievo.
La Corte d’Appello di Roma ha infatti annullato una sentenza del 2010, emessa sempre dalla Corte dei Conti abruzzese, che condannava Picciotti al risarcimento (in favore della Regione) di 32 mila euro.
Dopo il ricorso presentato dall’avvocato Massimo Ciurilli , però, è arrivato il dietro front a causa di un difetto di notifica e inviti a dedurre arrivati oltre i termini previsti.
Stessa condanna era arrivata anche per Masciarelli (tenuto a risarcire 32 mila euro), Paolo Di Michele (8 mila euro) e Giovanni Cirulli (8 mila euro). Anche gli ultimi due hanno presentato ricorso ma la Corte d’Appello ha chiesto un rinvio e deciderà il prossimo 15 maggio.
La vicenda è relativa ad un finanziamento pubblico richiesto dalla Ma.ri Company srl alla Regione Abruzzo. La difesa di Picciotti ha fatto notare che la sentenza impugnata «ha riconosciuto la sussistenza della colpa grave e non del dolo, considerando debitamente anche la posizione di altri soggetti non evocati in giudizio». E ancora «se l’organo inquirente aveva ritenuto si esercitare l’azione di responsabilità in pendenza del processo penale, avvalendosi degli atti delle indagini preliminari, non poteva pretendere di anticipare la conclusione di quel processo ma doveva soltanto ascrivere al convenuto una condotta colposa e non dolosa».
La Procura della Corte dei Conti nella propria opposizione ha rigettato con forza la presunta inutilizzabilità dei dati acquisiti dagli atti penali, sottolineando che provenissero da «soggetto pubblico qualificato», ovvero la Guardia di Finanza che aveva svolto le indagini. Sempre la Procura aveva sottolineato il riscontro dell’ipotesi accusatoria arrivato con il rinvio a giudizio penale degli indagati e con la condanna di Giancarlo Masciarelli (che ha patteggiato a 2 anni e 4 mesi di reclusione)