LA SENTENZA

Corte dei Conti, Picciotti deve risarcire Fira e Regione con 102 mila euro

La sentenza a 6 anni dallo scandalo dei fondi Docup

Alessandra Lotti

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Corte dei Conti, Picciotti deve risarcire Fira e Regione con 102 mila euro

La conferenza stampa dopo gli arresti

ABRUZZO. Marco Picciotti dovrà versare alla Fira e alla Regione 102 mila euro oltre alla rivalutazione monetaria e interessi legali.

E’ quanto ha deciso il 3 ottobre scorso il giudice della Corte dei Conti Gerardo De Marco. La maxi inchiesta che nel 2006 sconvolse l’Abruzzo a distanza di molti anni si trascina dietro ancora strascichi. Almeno per i portafogli di alcuni degli indagati eccellenti, come Marco Picciotti, chiamato oggi a rifondere quanto indebitamente percepito.
Picciotti era il braccio destro di Giancarlo Masciarelli, presidente della Fira. L'accusa per loro era quella di aver girato e ricevuto una serie di fondi europei finiti a società sospette e a loro riconducibili- o a società i cui progetti non sarebbero stati realizzati poi realmente realizzati ma documentati spesso con fatture false e rendiconti inventati. Un fiume di denaro di oltre 230 milioni di euro in totale.
Se Masciarelli ha patteggiato (in totale 3 anni e 4 mesi di condanna per l'inchiesta Fira e Sanitopoli) per Picciotti il giudizio non è ancora arrivato ma la Corte dei Conti, invece, chiede di saldare.

«RENDICONTAZIONI FITTIZIE»
L’imprenditore di Altino (che non si è costituito in giudizio) è stato condannato in quanto amministratore della Mhac Trade Srl che ha ricevuto fondi della Fira. Secondo l’accusa avrebbe ottenuto «fraudolentemente la materiale disponibilità delle somme (erogate a titolo di contributi pubblici) sviandole indebitamente dalle finalità loro proprie».
Secondo quanto emerso dagli accertamenti della Guardia di Finanza, confermati dalle confessioni dello stesso Picciotti, si legge sul dispositivo del giudice, le operazioni ammesse a finanziamento regionale e la relativa rendicontazione «erano pressoché interamente fittizie, artificiosamente simulate al solo fine di procurare a Picciotti (e ad altri suoi sodali) una provvista monetaria illecita».
Sempre nella sentenza della Corte dei Conti si ricorda che Picciotti «ha dichiarato di essere l’autore di tutte le irregolarità amministrative dirette ad acquisire indebitamente i contributi pubblici. Anche in fase di istruttoria dinanzi al Pubblico Ministero contabile Picciotti non ha negato la sussistenza dei fatti in contestazione e ne ha anzi assunto personalmente la responsabilità».
La Regione, da parte sua, ha revocato il contributo ed ha intimato alla società KPG s.r.l. (nel frattempo succeduta alla Mhac Trade) la restituzione della somma, oltre interessi maturati e maturandi. La somma non risulta essere stata restituita.

L’UDIENZA E LA DECISIONE
All’udienza pubblica del 3 ottobre 2 sono intervenuti il Giudice relatore e, per la Procura Regionale, il Sostituto Procuratore Generale Massimo Perin. Picciotti non si è visto.
Lo stesso giorno è arrivata anche la sentenza. Il giudice della Corte dei Conti ha verificato che tutta documentazione versata agli atti del giudizio «fa emergere, con immediata evidenza, la sussistenza di tutti gli elementi costitutivi della responsabilità amministrativo-contabile» di Picciotti, «il rapporto di servizio, il dolo; il danno per le finanze pubbliche; il nesso causale».
«Non può quindi sorgere alcun ragionevole dubbio», scrive ancora il giudice, «sul fatto che la richiesta di contributo pubblico avanzata dal Picciotti per il tramite della “società-schermo” dallo stesso gestita quale vero e proprio dominus (falsificando, all'occorrenza, sottoscrizioni altrui, come riferito dal convenuto stesso) fosse un espediente per procurarsi fraudolentemente una illecita provvista di liquidità, da utilizzare per fini personali incompatibili con la finalità pubblica per la quale il contributo era stato richiesto ed erogato, risultando non solo irregolare ma addirittura falsa la relativa rendicontazione».
La somma è stata poi maggiorata del 2% a titolo di “danno da disservizio”: «non si può dubitare», si legge nella sentenza, «che l'imponente sistema truffaldino posto in essere, con altri, dal convenuto in danno delle finanze regionali, ha comportato non soltanto l'illecita appropriazione e lo sviamento dei contributi pubblici dalla finalità del sostegno all'economia ma anche la vanificazione di tutte le risorse pubbliche comunque dedicate alla gestione delle pratiche di finanziamento».