REGIONE PRECARIA

Precari Bura, «dobbiamo essere stabilizzati». Ma la Regione fa finta di nulla

I 12 lavoratori protestano

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Precari Bura, «dobbiamo essere stabilizzati». Ma la Regione fa finta di nulla
ABRUZZO. Una sentenza dalla loro parte eppure niente si starebbe muovendo.

Il 9 luglio scorso, con sentenza n. 239 del Giudice del Lavoro, passata in giudicato, i lavoratori del Bura (già vincitori di due selezioni pubbliche per titoli ed esami espletate nel 2001 e nel 2004) hanno ottenuto il riconoscimento del servizio prestato presso l’ufficio non come Cococo ma in qualità di  lavoratori a tempo determinato (subordinati).
Questa decisione implica il reintegro nel processo di stabilizzazione avviato dalla Regione Abruzzo nel 2009 per il quale era stata prodotta apposita domanda all’epoca respinta.
Adesso infatti i vincitori avrebbero acquisito, in virtù della sentenza che ha un effetto retroattivo, gli specifici titoli richiesti nella suddetta procedura.
Di contro, espone la Regione Abruzzo ad un esborso di denaro molto significativo (si parla di milioni di euro) a fronte della chance lavorativa negata ai vincitori del ricorso. Il Servizio del Personale della Regione Abruzzo sembra rimanere inerte e indifferente a tale decisione del giudice.
Dunque se da un lato c’è una sentenza chiara, dall’altro lato ci sono dodici lavoratori che si troveranno a spasso dal 1° gennaio 2013 dopo 11 anni di lavoro e denunciano «il silenzio assordante della politica, dei sindacati e di tutta l’amministrazione regionale. Ci penserà la Corte dei Conti a fargli tornare l’uso della parola?»
Entrati a tempo determinato con la Giunta Pace nel 2002, dopo il superamento di un concorso pubblico per titoli ed esami, benché il progetto dell’informatizzazione del Bura non fosse terminato ma le scadenze politiche imponevano nuovi ed appetibili posti di lavoro, si videro costretti a partecipare ad un altro concorso pubblico per titoli ed esami per ricoprire lo stesso posto con le stesse mansioni solo che con un contratto di collaborazione.
«Il tutto», ricordano, «mentre altri precari a tempo determinato vedevano i loro contratti prorogati ad oltranza».
«Il nostro lavoro non è, e non è mai stato, un lavoro assimilabile ad un Progetto», hanno sempre contestato, «la nostra presenza, dedizione e professionalità è stata impiegata quotidianamente come se avessimo un contratto a tempo indeterminato, quindi si conclude in 6 parole: doveri da impiegato, diritti da precario».