IL FATTO

Abruzzo. Inchieste sulla pubblica amministrazione: ecco chi paga le parcelle degli avvocati

C'è una legge che accolla le spese legali al pubblico ma...

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Giulia Bongiorno

Giulia Bongiorno

ESCLUSIVO. ABRUZZO. Grandi inchieste, scandali, presunta corruzione e tangenti, terremoti che si sgonfiano ma anche no.

Ma chi paga le salate parcelle degli avvocati che difendono pubblici ufficiali, dipendenti pubblici, dirigenti e colletti bianchi vari?
Magari in molti potrebbero pensare che siano gli stessi indagati-imputati a pagare di tasca propria ma non è affatto così ed ovviamente ogni caso è a sè.
Quello che si può dire è che per alcuni imputati eccellenti qualche volta la prestazione legale è «a titolo gratuito, spesso per amicizia», come confermato da alcuni avvocati a PrimaDaNoi.it; Non dovrebbe poi mai capitare di trovare per esempio il legale che rappresenta il Comune X in giudizi e che poi difende il sindaco-persona indagato nel processo, con una confusione di ruoli, istituzioni e di interessi. Senza contare tutti gli altri baldi pubblici ufficiali che sporgono querele contro i giornali tanto l'avvocato lo paghiamo noi (cittadini).
 Sta di fatto che in ogni provincia vi si trovano sempre, come ovvio, alcuni avvocati maggiormente specializzati che prestano consulenza per le amministrazioni pubbliche e che poi vengono scelti anche dagli amministratori pubblici in quanto persone private ma accusate di reati penali nelle loro funzioni.
Le parcelle di solito sono segrete; oggi però è un tantino più semplice conoscere gli importi delle consulenze legali prestate per gli enti pubblici (se gli atti come previsto dalla legge vengono pubblicati on line) mentre è praticamente impossibile sapere se e quanto gli imputati-politici paghino il loro difensore.

LA LEGGE PER L'ERRORE
Ma che c’entra questo? Potrebbe avere un certo interesse se, per esempio, si dovesse scoprire che persino le parcelle siano pagate con soldi pubblici. In questo caso la società civile si ritroverebbe nel caso assurdo di vedersi amministratori inquisiti e poi assolti (dunque un errore giudiziario) e pagare parcelle salate con i soldi delle casse pubbliche.
Infatti l’articolo 18 del decreto legge poi convertito in legge del 25 marzo 1997 n.67 recita:
«le spese legali relative a giudizi per responsabilità civile, penale e amministrativa, promossi nei confronti di dipendenti di amministrazioni statali in conseguenza di fatti ed atti connessi con l'espletamento del servizio o con l'assolvimento di obblighi istituzionali e conclusi con sentenza o provvedimento che escluda la loro responsabilità, sono rimborsate dalle amministrazioni di appartenenza nei limiti riconosciuti congrui dall'Avvocatura dello Stato. Le amministrazioni interessate, sentita l'Avvocatura dello Stato, possono concedere anticipazioni del rimborso, salva la ripetizione nel caso di sentenza definitiva che accerti la responsabilità».
In pratica se il sindaco “Pippo” viene inquisito per corruzione ma poi assolto le spese legali le pagano i cittadini «nei limiti ritenuti congrui». In caso di condanna dovrebbero essere sempre i condannati a pagare.
Lo sapevate? Sarebbe dunque opportuno spulciare negli albi pretori per capire se e quando i vari enti locali abbiano speso somme e chiesto tali rimborsi.

L’ACA SEMPRE AL MASSIMO
Ma dov’è che anche in questo campo si supera ogni immaginazione per arrivare a soglie quasi “sovrumane”? Naturalmente in casa Aca spa, l’ente che dovrebbe svolgere il servizio idrico al meglio e che, invece, viene sempre più di frequente distolto dalle beghe giudiziarie che interessano i suoi vertici.
Beghe non da poco, le inchieste sono molte e affondano anche negli anni passati (inchiesta su Bussi, Fangopoli, sulle assunzioni, gli storni selvaggi…) sono diversi i dipendenti Aca indagati e qualcuno anche imputato. Uno degli avvocati preferiti qui è tra i migliori d’Italia, Giulia Bongiorno, parlamentare del centrodestra (ha difeso Giulio Andreotti) che in Abruzzo ha ultimamente diversi clienti (Sabatino Aracu in Sanitopoli per esempio), insomma un vero principe del Foro.
Se con i tanti benefici da parlamentare è facile capire che Aracu possa anche sostenere la parcella del famoso legale, più difficile è comprendere come possano dipendenti di un ente pubblico come l’Aca pagarsi Giulia Bongiorno.
La risposta è semplice: non sono loro a pagare il legale ma direttamente l’Aca spa.
Lo testimoniano alcune carte. Una serie di fatture e dilazioni di prossime scadenze di cui PrimaDaNoi.it è venuto in possesso e si fa chiaro riferimento ad assistenza legale dal 2008. Non è raro, infatti, che l’avvocato Bongiorno su carta intestata del suo studio scriva all’Aca spa e per conoscenza per esempio al direttore generale Lorenzo Livello o all’ufficio legale, Nicolina Pietromartire. La cifra totale che il legale richiede all’Aca  per ora è di 101.480 euro e si riferisce ad uno, forse due procedimenti (uno del 2006, l’altro del 2008) e le cifre non comprendono eventuali prestazioni per la Cassazione.
Per questa situazione che riguarda l’Aca non essendoci né sentenze definitive né pareri dell’Avvocatura dello Stato è difficile far riferimento al citato articolo 18 sul rimborso delle spese di patrocinio legale. Dunque come giustifica l’Aca queste eventuali uscite? Da quanto tempo vengono pagati avvocati per assistenza legale a membri dell'Aca indagati? Non è forse facile presumere che la stessa cosa accada anche in altri enti pubblici?
Secondo alcune fonti attendibili l’avvocato Bongiorno si sarebbe lamentato più volte per i ritardi (non mesi ma anni) nei pagamenti ed in questi giorni scadrebbero gli ultimi veri e propri ultimatum ad adempiere.
 L’Aca, cioè noi, avrà pagato l'avvocato Bongiorno?

Alessandro Biancardi