
. FRANCAVILLA AL MARE. Si è tenuta sabato 15 ottobre la serata finale del Premio giornalistico nazionale sul reportage di guerra “Antonio Russo” a Francavilla al mare (Ch). La manifestazione, alla sua quarta edizione, ha premiato gli operatori dell’informazione che si sono particolarmente distinti per la loro attività dei territori di guerra. E’ stata, come sempre, una occasione per discutere del problema della guerra sempre più presente e della informazione che arriva al resto del mondo. Come sempre si è capito come una corretta e giusta informazione sia sempre più necessaria per evitare, limitare quelle «infamie che possono compiersi solo nel buio».
MAMMA BEATRICE: «LE INFAMIE HANNO BISOGNO DEL BUIO, VOI GIORNALISTI POTETE PORTARE LA LUCE DELLA VERITA’»
Testo di Alessandra Lotti e Alessandro Biancardi Foto di Andrea Straccini e Alessandro Biancardi
«Possiamo tenere sveglio il ricordo dei nostri figli, di chi erano e di cosa volevano: far conoscere la verità». Con queste parole Beatrice Russo, madre di Antonio Russo, reporter di radio Radicale scomparso in Cecenia saluta i partecipanti della manifestazione. In collegamento telefonico anche i genitori di Ilaria Alpi, alla cui figlia la giuria ha voluto assegnare un premio alla memoria. E’ il singolare dialogo del dolore fra genitori che hanno dovuto convivere con la morte di un figlio (cosa già tragica di per sè), morte dovuta alla professione che svolgevano e per il loro ruolo. A questo dolore si aggiunga quello ancora più atroce di una verità coperta da troppe infamie che proteggono da anni gli autori materiali dei delitti e soprattutto i mandanti. La conversazione diventa un momento intenso dove si incrociano le vite di due giovani giornalisti, morti per raccontare la guerra Antonio ed Ilaria. Da un lato c’è Beatrice Russo, timorosa che la realtà non verrà mai a galla: «Sarà impossibile sapere chi ha ucciso Antonio». All’altro capo del telefono Luciana Alpi che invita a non rassegnarsi mai e ad aspettare che la verità venga fuori: «Non dobbiamo mollare. Dobbiamo essere una spina costante nel fianco dei mandanti». Traffici loschi di rifiuti tossici in Africa: questo era il filone sul quale lavorava Ilaria prima di essere uccisa insieme al suo operatore. «Atrocità sui bambini in Ceceni» le scoperte costate la vita ad Antonio. Ed è sempre Beatrice Russo che spiega l’importanza che ogni anno si rinnova con l’assegnazione del premio giornalistico. «Noi adesso possiamo solo tenere fermo il ricordo di chi erano i nostri figli e quello che volevano fare», dice l’anziana madre, «portare a casa la verità. Questo volevano i nostri figli. Questo serve oggi». Si ripercorrono poi le ultime ore di vita di Antonio raccontate dalla stessa madre. «In una delle sue ultime telefonate mi aveva parlato di una videocassetta in cui erano state riprese delle scene orribili, bambini in ospedale in condizioni strazianti. Antonio piangeva quando mi raccontava queste
cose, era davvero sconvolto». E poi la cattura e l’uccisione. Mamma Beatrice con voce ferma e serena ha già raccontato troppe volte la tragica storia. «Dopo qualche giorno venne prelevato, imbavagliato, portato in un posto di blocco in Cecenia e ucciso. Dal suo appartamento sono spariti il satellitare, i block notes, gli appunti, gli scritti. Anche la cassetta di cui mi aveva parlato non è mai stata rinvenuta. Con la verità scompare anche la giustizia. Se la nostra memoria rimane vigile», continua, «le atrocità non possono durare a lungo. L’infamia ha bisogno del buio. Forza e potere della stampa: potere enorme. Perchè grazie ai giornalisti che vanno in guerra la gente da casa potrà giudicare e per questo li ringrazio. Voi potete portare la luce e la conoscenza che sconfiggono le
infamie nel mondo». Fa specie sentire parole così pesanti uscire dalla bocca di una donna di provincia che ha dovuto imparare a proprie spese i giochi e le regole di questo mondo. Regole orribili. E quando tocca alla famiglia di Ilaria Alpi l’angoscia non si smorza. «Ricordare i nostri figli che non ci sono più è sempre commovente», ammette Luciana Alpi, «ci serve, soprattutto perchè aspettiamo ancora giustizia. La commissione che lavora da due anni entro due mesi ci fornirà i risultati ma sono in corso alcune incomprensioni e diatribe. Ci auguriamo che si possa trovare risposte al più presto. E’ diritto di noi genitori e dell’opinione pubblica sapere come mai una giornalista del servizio pubblico è stata trucidata in modo orribile». Anche in questo caso la voce non tradisce l’emozione, ma la forza di chi è abituato a combattere. «Non molleremo fino alla fine, non vogliamo dargliela vinta anche se ora la salute sembra abbandonarci. Dobbiamo essere la spina nel fianco dei mandanti». La famiglia Alpi coglie l’occasione anche per ringraziare pubblicamente la giornalista Gabriella Simoni, presente in sala. «Se non fosse stato per lei», dice ancora la madre di Ilaria Alpi, «noi non avremmo mai avuto indietro gli effetti personali di Ilaria. Cose che avrebbero dovuto riconsegnare i militari. Per queste le saremo sempre grati».
Il premio nazionale sul reportage di guerra Antonio Russo viene assegnato a un professionista dell’informazione, di fama nazionale o internazionale, che si è particolarmente distinto per le sue attività nei territori di guerra. Le sezioni del premio sono quattro: carta stampata (settimanale e quotidiano), televisione, radio, fotografia. Quest’anno sono stati assegnati anche un premio “sezioni internet” ed un “premio speciale” per ricordare la figura umana e professionale di quei reporter che hanno perso la vita nei teatri di guerra. Tony Capuozzo, inviato del Tg5 e componente della giuria, ha spiegato i metodi di assegnazione del riconoscimento. «Dare questo premio», ha detto Capuozzo, «è sempre un’impresa difficile. Noi non vogliamo premiare il personaggio, ma il lavoro svolto fuori dai riflettori. Tanti meriterebbero di essere conosciuti per lo spirito e l’amore che mettono in questo mestiere». Ecco i premiati del 2005.
[pagebreak]SEZIONE CARTA STAMPATA Il premiato di questa categoria è stato Giovanni
Porzio, inviato del settimanale Panorama. La giuria lo ha premiato tenendo conto che Porzio è «giornalista da prima linea, svolge il difficile lavoro di testimone dei conflitti dando un senso al suo difficile mestiere, che si svolge in condizioni dure e di reale pericolo. Perchè, fa capire Porzio, nelle guerre non ci sono vincitori ma solo morte, sofferenze e distruzioni». «Sono dispiaciuto di non essere lì», ha dichiarato Porzio in collegamento telefonico dal Kazakistan. «Mille grazie per il premio. Sono uno spirito libero e faccio queste mestiere con grande passione. Viviamo momenti difficili in cui ci vogliono impedire di andare in Iraq, ma siamo qui e torneremo ancora. Il nostro dovere è testimoniare e lo faremo in tutti i modi». A ritirare il premio per lui, la moglie Gabriella Simoni, inviata di Studio Aperto, già vincitrice del premio Russo nelle scorse edizioni. «Sono molto emozionata», ha spiegato la giornalista, «più che se fossi qui per ritirare il premio per me. Per noi della televisione è più facile farsi notare. La carta stampata ha meno visibilità ed è molto più difficile raccontare». Ma assicura «fra noi non c’è mai stata rivalità. Siamo contenti l’uno dell’altra». Ma come ci si regola in una famiglia che all’interno può contare ben due inviati di guerra? «Si dica subito che non c’è differenza fra uomo e donna», dice Simoni, «ma c’è una grossa differenza fra padre e madre», lasciando intendere l’obbligo per una madre di dover mettere al primo posto figli e famiglia. «Abbiamo così deciso che io continuo a lavorare restando nei paraggi e parto solo se strettamente necessario e all’ultimo minuto, Giovanni invece fa l’inviato a tempo pieno. Sono comunque molto contenta della mia scelta». Eppure a volte risulta molto difficile fare la mamma e l’inviata. A volte si deve partire nei momenti più impensabili con poche ore di preavviso e magari si è costretti a deludere i propri cari e a disattendere promesse fatte. Ma quella volta, nel 2001 non fu così. «Avevo promesso a mio figlio di accompagnarlo il primo giorno di scuola», racconta ancora Simoni, «ma quel giorno era il 13 settembre del 2001. Subito dopo il crollo delle due torri io sarei dovuta partire per New York, invece bloccarono e chiusero tutti gli aeroporti. Fu solo per questa casualità che riuscii a mantenere la promessa a mio figlio. Non riuscii a partire e lui fu molto contento». Storie di inviati, storie di vita divise fra vocazione e affetti.
Il premio per la
carta stampata quotidiana è andato invece a Lorenzo Cremonesi ( inviato Corriere della Sera). Motivazione giuria: «Racconta il conflitto in Iraq andando al di là degli orrori e delle sofferenze, indagando sulle tragedie quotidiane, sulle piccole storie di gente umile e disperata. Gente travolta da conflitti che non riescono a concepire, ma con cui sono costrette a convivere. Cremonesi da voce a questa gente senza voce, non come un asettico osservatore ma come uno di loro, condividendone le paure e le angosce». Il giornalista, a lavoro in Pakistan per seguire le vicende del drammatico terremoto, si è collegato telefonicamente. «Grazie per avermi scelto», ha detto un po’ imbarazzato, «mi dispiace molto di non essere lì con voi». Dopo i ringraziamenti ha speso anche qualche parola sulle difficili condizioni in cui si trova il Paese dopo il disastroso terremoto. «La situazione è molto difficile qui in Pakistan, 40 mila morti, la viabilità è difficile. Ci sono zone montuose che non sono state ancora raggiunte. Piove e le condizioni dei sopravvissuti sono drammatiche» La moglie, arrivata a Francavilla per ritirare il premio, ha spiegato cosa vuol dire essere la compagna di un giornalista in guerra. «Dopo i primi 5 mesi in cui è stato Iraq la paura mi è passata», ha detto ironica e pronta a sdrammatizzare la moglie ex giornalista ed ora insegnante di yoga, «o meglio, l’ho dovuta far passare, non si può vivere con il terrore di una telefonata tragica, ma dobbiamo cercare serenità. Così io mi rilasso con lo yoga e lui si stressa con la guerra».
SEZIONE INTERNET.
Il premio è andato ad un giornalista a dir poco sopra le righe: Padre Giulio Albanese ( collaboratore di www.vita.it.), padre missionario comboniano, fondatore della agenzia Misna, poi in rotta con gli stessi missionari. La giuria lo ha premiato perchè «straordinario testimone del nostro tempo, Albanese svela ciò che rimane nascosto all’occhio della telecamera, utilizzando il più grande strumento di comunicazione del nostro tempo. La sua è un’informazione libera, che antepone il diritto dovere di raccontare la verità a qualunque interesse». «Mai come oggi», spiega Albanese ritirando il premio, «è importante il nostro mestiere che io vivo come una vocazione, la seconda. Dobbiamo fermare la mercificazione delle notizie, ci sono troppi mercenari della parola. Il giornalismo oggi è autoreferenziale e basato solo sulle logiche dell’economia. Noi dobbiamo riscoprire i valori e la persona. Dobbiamo mettere in luce quei diritti civili che spesso sono calpestati nel mondo. La grande sfida dei nostri tempi è quella di riconciliarci con i valori e augurarci che questi ultimi si riconcilino con le esigenze del mercato. Si parla tanto di diritti umani, ma alla fine sono il fanalino di coda». Albanese, di lontani origini abruzzesi (il nonno Cesare Albanese, originario di Francavilla al mare, è stato collaboratore di Guglielmo Marconi, racconta con amarezza la sua rottura con Misna. «Misna l’ho fondata io», ha detto a PrimaDaNoi.it , «con un computer ed un telefono, niente di più. Purtroppo però le missioni non hanno capito che bisogna investire soldi nella agenzia e che l’informazione è la prima forma di aiuto e solidarietà. Perchè attraverso l’informazione le zone dimenticate del mondo possono ricevere attenzione. Invece niente e me ne sono andato».
[pagebreak]SEZIONE VIDEO. La giuria ha scelto di premiare il volto del Tg1, Tiziana Ferrario, più volte in Afghanistan ed Iraq. Motivazione: «Rappresenta il
lato umano dell’informazione sui territori di guerra. Con il suo stile pacato, rassicurante mai aggressivo. Incarna il prototipo di giornalista che racconta la guerra senza concedere nessuno spazio al protagonismo. La sua chiarezza, la sua semplicità, da cui traspare evidente la grande professionalità, unità ad un gradevole tocco di femminilità, fanno giustamente di Tiziana Ferrario una delle protagoniste chiamate del mondo dell’informazione». Durante la consegna del premio Tiziana Ferrario ha spiegato il senso ultimo della professione della reporter di guerra. «Il nostro lavoro», ha detto, «deve essere fatto con passione, se non c’è questa non si resisterebbe. Viviamo momenti di grande esaltazione e altri di frustrazione. Questo accade nel “dopo guerra”, quando l’interesse scema e tu invece vorresti raccontare il momento più drammatico di un paese: la ricostruzione. Invece l’attenzione del mondo è altrove e la ricostruzione non fa notizia. Quello dovrebbe essere invece il momento di maggiore interesse. Il giornalista di guerra», continua Ferrario, « vive anche di grandi conflitti con la redazione stessa che spesso frena la partenza. Dopo la guerra in Afghanistan mi sono sentita dire “quello non è un posto per donne”. Invece ritengo che le guerre vadano raccontate in tanti
modi e le donne servono. Ci sono tante sfaccettature per raccontare delle bombe “intelligenti” e la gente che soffre. E in quei momenti», rivela l’inviata del Tg1, «la paura è fondamentale. Quando si sta nei paesi di guerra per tanto tempo ci si potrebbe rilassare. Ma la paura invece ti mantiene vigile e non mi vergogno di avere paura». Ma oltre alla paura spesso c’è anche la rabbia per non essere compresi: «A volte un giornalista di guerra si sente non capito», ammette Ferrario. «Le esigenze di un telegiornale sono diverse da quelle che vorremmo. Non sempre c’è spazio per tutto quello che abbiamo visto, per quello che abbiamo raccolto e in un servizio di un minuto e quindici secondi diventa impossibile condensare quello che sta succedendo. Quando non riesci a strappare dieci secondi in più per il tuo servizio ti senti non capita».
SEZIONE RADIO. Maria Rosaria Gianniti, inviata del GR1 è la premiata per il premio Russo 2005. Motivazione:
«ha saputo raccontare tragedie, lutti e miserie con onestà e rigore ma con una sensibilità tutta femminile. Nelle sue cronache radiofoniche, infatti, è sempre misurata ma mai distante lasciando trasparire un coinvolgimento umano ed una passione forte prova professione, quella delle reporter di guerra, che frequenta quotidianamente le grandi sofferenze del mondo». Durante la premiazione Gianniti si è dichiarata «sono felice di ricevere questo premio. Queste manifestazioni sono importanti per non porre nell’oblio le persone che hanno creduto in quello che facevano».
SEZIONE FOTOGRAFIA. Il grande fotografo Franco Pagetti, collaboratore fra i tanti di Time magazine è riuscito a dire una sola parola ammutolito dall’imbarazzo. «Grazie» ha detto facendo capire che era meglio non parlare... d’altronde tutto quello che ha da dire lo lascia al suo magistrale lavoro. Motivazione: «raccontato con rara sensibilità espressiva la dura realtà dei fronti di guerra. Da sempre l'obiettivo di Pagetti fissa immagine di vita quotidiana dove il protagonista è l'uomo, con i suoi sentimenti di dolore e disperazione. L'immagine sono crude e impietose ed obbligano proprio ad una doverosa riflessione sul senso della guerra. Pagetti può essere inserito a pieno diritto tra i grandi fotografi di guerra del nostro tempo ed è uno dei testimoni più autorevoli del mondo dell'informazione».
SEZIONE SPECIALE Il premio speciale è andato alla memoria di Ilaria Alpi. Motivazione: «il premio alla memoria va a una giornalista appassionata e tenace, innamorata della sua professione. Il suo era un giornalismo libero, di quelli che combattono con rabbia le ingiustizie e cercano la verità a tutti costi. A più di dieci anni dalla sua morte ancora oscura, il suo impegno e il suo sacrificio non devono essere dimenticati e per questo premiamo il coraggio di una piccola donna che è un gigante del giornalismo d'inchiesta esempio mirabile per quanti di giorno rischiano la vita sulle strade della verità». 17/10/2005 9.37
Testo di Alessandra Lotti e Alessandro Biancardi Foto di Andrea Straccini e Alessandro Biancardi
LA STORIA DI ANTONIO RUSSO
|