Venerdì 19 Marzo 2010
Ultimo Aggiornamento:
19/03/2010 ore: 11:47:33

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Giornalismo, ecco il libro (scaricabile) sulla precarietà in Abruzzo



ABRUZZO. Un sondaggio dell’Associazione Stampa Abruzzese squarcia il velo sul mondo del precariato.
La fotografia che ne esce è inquietante per gli operatori dell’informazione e non meno (lo dovrebbe essere) per i fruitori (lettori, ascoltatori, telespettatori).
Quello che viene disegnato nel libro di Patrizia Pennella è un «Sistema» che, partendo dal precariato, e passando per il mercato del lavoro, punta dritto all’omologazione della notizia e alla riduzione del confronto giornalistico.
Cause ed effetti che portano un duplice danno: lo “sfruttamento” (qualcuno la chiama “nuova schiavitù”) dei giornalisti e la negazione del pluralismo per i lettori.
Cento venti pagine nelle quali il fenomeno viene analizzato per mezzo di freddi numeri e percentuali, di accorate testimonianze di (tragici) vissuti, di esilaranti vignette e di impegnate osservazioni “sindacali”.
L’idea è stata quella di esplorare un mondo sommerso, chiedendo un contributo ai diretti interessati. Un semplice questionario è stato posto a 118 giornalisti abruzzesi, professionisti e pubblicisti, con un “porta a porta” nelle redazioni.
L’intento è stato quello di scovare tutte quelle “Identita Sospese” (titolo del libro) che si muovono nel campo dell’informazione.
Sono stati volutamente saltati gli editori ed inclusi i praticanti che non risultano negli albi e ai sindacati per avere un quadro più simile alla realtà.
Cosa ne esce?
Il ritratto del giornalista abruzzese che Patrizia Pennella ha ben condensato nell’incipit del suo intervento:«hanno le spalle grosse e il cervello attrezzato per la sopravvivenza, un istinto elastico nell’adeguarsi alle richieste del mercato e la consapevolezza inflessibile dei diritti negati».
Poche le differenze tra lo schiavo della zappa e quello della penna.
L’intento, non ultimo, della ricerca è anche quello di formare «una massa critica» per una «grande vertenza occupazione».
Il libro è arricchito dai contributi di: Franco Siddi (segretario nazionale Fnsi), Roberto Di Natale (presidente Fnsi), Andrea Camporese (presidente Inpgi), Carlo Verna (segretario Usigrai), Giovanni Di Bartolomeo (Università di Teramo), Giovanni Rossi (segretario generale aggiunto e responsabile del Dipartimento Uffici stampa Fnsi), Antonio Fragassi (giornalista), Alessandro Biancardi (direttore del quotidiano PrimaDaNoi.it), e Giò (vignettista).
Un esercito di lavoratori ed appassionati che, conscio della propria situazione drammatica, non fa gruppo per migliorarla.
Anche perché, l’esperienza di Antonio Fragassi, dimostra che la direzioni dei giornali non gradiscono i collaboratori in “odore di vertenza”.
Numerosi gli sforzi sindacali e i passi avanti negli anni che tuttavia, a causa di riforme fate e non fatte, lasciano al libero arbitrio (degli editori) il regime dei contratti.

IDENTIKIT DEL GIORNALISTA ABRUZZESE

A scrivere la carta d’identità è Patrizia Pennella con i “numeri per dirlo”.
In Abruzzo quello del giornalista è, in generale, un mestiere maschile.
O forse meglio, lo era.
Perché, attualmente, il numero delle praticanti supera leggermente quello dei praticanti.
Nella composizione del campione che ha risposto al questionario la forbice è sensibilmente ridotta: sono 65 gli uomini e 53 le donne, rispettivamente il 55,08% e il 44,92%. La fascia di età che incide maggiormente sul totale è quella tra i 31 e i 40 anni (24 uomini e 24 donne), seguita dai 41-50enni (18 uomini e 13 donne). Non ci sono risposte di donne oltre i 60 anni, 3 sono invece gli uomini. Alla professione il 71,7% delle donne arriva con una laurea, una collega ne ha due, una ha frequentato la Siss e quattro un master. Il 20,75% ha un diploma di scuola media superiore, nessuna si è fermata alle classi dell’obbligo. Più variegato il panorama della componente maschile: la maggior parte dei colleghi (il 50,77%) ha un diploma di scuola media superiore, il 36,92% è laureato.

I GIORNALISTI POLIEDRICI: DI NECESSITA’ VIRTU’… E VIZIO (D’INFORMAZIONE)

Il numeri del sondaggio mostrano chiaramente che sbarcare il lunario con lo stipendio da giornalista è un’impresa ardua.
Quindi molti, per necessità, lavorano in tanti settori.
Tanto per farsi un’idea- si legge nel libro- il 5,66% delle donne ascoltate e il 7,69% degli uomini si barcamena con più di cinque collaborazioni differenti, il 28,30% delle donne e il 26,15% degli uomini ne dichiarano due.
Ecco cos’è la cosiddetta multisettorialità.
I giornalisti sono, per la maggior parte, poliedrici.
Scrivono per quotidiani, per agenzie stampa, uffici stampa, tv, radio.
Se ci riescono, “buon per loro” si potrebbe dire.
E invece no.
Tanti e diversi i danni per i lettori.
«Il problema non è (o non è solo)- scrive Pennella- come vogliamo credere, legato alle nuove tecnologie, piuttosto a una filosofia diversa dell’offrire informazione, più attenta al consumo che alla qualità della notizia. Ci si ritrova a scrivere e smerciare la stessa notizia (con linguaggi diversi) per un quotidiano e per l’ufficio stampa di un politico o di un ente che ci ha affidato un contratto volante».
Uno stesso giornalista- e in Abruzzo ci sono molti casi- potrebbe scrivere il comunicato stampa del politico “Tizio” (lavorando nell’ufficio stampa), poi andare in redazione e trovarsi a dover impostare un articolo usando il proprio comunicato.
Potrà mai questo giornalista scrivere oggettivamente, libero da condizionamenti?
Come arriva la notizia ai lettori?
«Il risultato, sul piano della diffusione della notizia, è però devastante: in questo modo i canali di trasmissione e di valutazione si riducono drasticamente e l’omologazione, soprattutto su un territorio relativamente piccolo, si fa sempre più marcata. Le garanzie diminuiscono dunque sotto tre profili: quello economico del giornalista, quello della qualità del prodotto e quello dell’offerta all’utente finale che vede assottigliata la possibilità di confronto».
L’informazione quindi, conclude lo studio, dopo anni di battaglie su principi da sempre considerati imprescindibili, è sempre più regolata dal mercato del lavoro, un mercato che tende ad omologare più che a selezionare.

NON SI VIVE DI SOLO GIORNALISMO

Praticamente quasi impossibile vivere del prodotto della penna.
Dalla analisi dei dati emerge che per circa un intervistato su tre la professione giornalistica contribuisce alla propria formazione del reddito per meno del 50% (per un giornalista su quattro il contributo non arriva al 20%).
Solo per il 10% dei giornalisti riceve un trattamento economico che contribuisce alla formazione del reddito per una percentuale tra l’80% e 100%.
Uno sguardo rapido ai numeri: tutti i professionisti, uomini e donne, naturalmente vivono esclusivamente del guadagno giornalistico, così come i praticanti. Tra i pubblicisti: il 37,74% delle donne è impegnata esclusivamente nel nostro settore, così come il 30,77% degli uomini; ugualmente, il 30,77% degli uomini ha un primo lavoro e il 6,15% non vive di solo giornalismo, pur avendolo come attività principale; tra le donne il 13,21% ha un primo lavoro e il 9,43 non esercita la professione in maniera esclusiva. Complessivamente il 67,92% delle donne e il 61,54% degli uomini esercita esclusivamente la nostra professione, l’11,32% delle donne e il 6,15% degli uomini affianca un’altra attività (come possono essere le lezioni private), il 16,98% delle donne e il 30,77% degli uomini ha un primo lavoro.
Quando poi non si lavora con mezzi aziendali ma con i propri ci su rende conto a conti fatti di aver pagato per lavorare, scrive in sostanza Patrizia Pennella.
Con quali contratti i giornalisti fanno queste collaborazioni? Il sondaggio rivela che tra le donne il 66,04% ha un contratto, generalmente un co.co.co. o soluzioni similari e che lo stesso discorso vale per il 58,46% degli uomini, ma l’altra faccia della medaglia ci parla del 32,08% di donne e del 40% di uomini che non sono garantiti da alcun atto con l’azienda. Quindi garanzie quasi nulle.

«PERCHÉ CONTINUATE A CHIAMARE COLLABORAZIONE LO SFRUTTAMENTO?»

E’ lo sfogo di un giornalista che ha compilato il questionario e che riassume uno dei problemi: gli orari.
Tra le donne che hanno risposto al questionario il 48,95% lavora al di sopra delle sette ore al giorno, di più, il 15,09% dichiara di superare l’arco di impegno delle dieci ore e in questa quota rientrano anche pubbliciste e non iscritte all’ordine. Stesso discorso per gli uomini: il 44,62% afferma di lavorare in media dalle sette ore al giorno in su, con il 9,23% che va oltre le dieci ore. Un’abitudine «non straordinaria» che, per la maggior parte, colpisce chi sta in quotidiani e televisioni, ma che è anche uno degli effetti della multisettorialità.

Un libro sicuramente utile per avere contezza dei mali di questa professione.
Un libro difficile da digerire anche per l’impatto del mercato del lavoro sulla libertà di stampa. Avvertenze per i giovani aspiranti giornalisti: leggere il libro con cautela, interiorizzare a piccole dosi, non eccedere nella consultazione.

Manuela Rosa 27/10/2009 8.25


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Autore Albero
kikieda
Inviato: 29/11/2009 9:36  Aggiornato: 29/11/2009 9:36
Senza peli sulla lingua
Iscritto: 25/7/2009
Da:
Inviati: 434
 Re: Giornalismo, ecco il libro (scaricabile) sulla precar...
E sì direttore Biancardi, è un mondo difficile anche per i giornalisti però voi continuate così, state crescendo, ma rimanete sempre obiettivi e continuate a dirci le cose che i giornali servi del sistema, che usufruiscono di ingenti contributi pubblici, ovviamente non dicono.
tenete duro.
ciao da Macerata.......
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