VERGOGNA ABRUZZO

Imbarazzi, silenzi e inefficienze: così le Iene scoprono lo scandalo dell’emergenza Gran Sasso

Il direttore dei Laboratori Nazionali dopo 9 secondi risponde: «se non ci fosse la captazione sarei sollevato». Il presidente del Ruzzo: «va bene non abbiamo informato ma i laboratori farebbero meglio a non inquinare». La Asl di Teramo: «che dobbiamo fare allarmismo?»

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

16921

ABRUZZO. La storia del rischio più che reale di contaminazione delle acque potabili derivanti dalle attività dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso si può benissimo sintetizzare con i 9 secondi di raggelante silenzio di riflessione profonda impiegati dal direttore Stefano Ragazzi per rispondere alla semplice domanda: «lei farebbe bere l’acqua presa dai laboratori?»

«Se potessi decidere di non erogare sarebbe un grande sollievo per me».


Ecco, il fulcro della storia: una assunzione di rischio di tutti gli enti coinvolti: dalla Regione Abruzzo, alla Ruzzo Reti, ai Laboratori per finire alla Asl di Teramo l’ente che dovrebbe tutelare che l’acqua che finisce nei rubinetti sia sicura e non contaminata da eventuali sversamenti o incidenti che avvengono nel Laboratorio.

Il problema è che uno dei punti di captazione è proprio dentro i laboratori dove non dovrebbe stare per legge.

Nadia Toffa de le Iene, dopo aver precisato che i Laboratori sono «una figata pazzesca», aggiunge che «c’è un problemino» e spiega che il Gran Sasso è una fonte di acqua importantissima e che i laboratori sono immersi in quell’acqua.

Lì vengono custodite centinaia di sostanze pericolose e vengono effettuati esperimenti. Purtroppo però negli anni si sono verificati diversi incidenti con conseguente contaminazione e di molti si ha il sospetto che non si conoscano perché nessuno ha informato la popolazione.

Come le immagini mostrate a Le Iene relative ad un probabile sversamento di trimetilbenzene nel dicembre 2002, mentre l’incidente noto come «Borexino» si verificò ad agosto 2002 e fu quello che dopo un anno generò la dichiarazione di emergenza del governo e la conseguente nomina del commissario Angelo Balducci.

 

«Ma è possibile prendere l’acqua da una fonte così vicino ai laboratori?», chiede Toffa.

«Non si può fare», risponde Augusto De Sanctis del Forum dell’Acqua, «sono incompatibili: o è fuori legge la captazione o i laboratori. Acqua ed esperimenti così sono incompatibili»

E lo sono dal 1982 quando furono inaugurati i laboratori.

Un bel problema ed una grana che gli enti e la politica non riescono a risolvere dopo quasi 40 anni mettendo una pezza al peccato originale di colui che propose e fece approvare proprio la creazione del punto di captazione dell’acquedotto, sfruttando la galleria scavata per i laboratori e l’autostrada.

Secondo alcuni residenti della zona nel 2002 il trimetilbenzene lo si trovò anche nei paesi costieri e la gente si sentì male «all’epoca si disse che lo sversamento fu di 50 litri ma sarà stato forse di 5mila di più perché la puzza durò due giorni», «un paio di volte l’anno succedeva».


Già nel 2002 Le Iene documentarono le contaminazioni e sbeffeggiarono la sicurezza dei Laboratori: Alessandro Sortino spiegò che lì «usano mille accortezze come assorbenti e pannolini per intercettare le perdite». Così Le Iene consegnarono pannolini al direttore dell’epoca dei Laboratori per garantire la sicurezza; ironia più che amara anche perché da allora cosa è cambiato?


«Ci fu una inchiesta della procura e per la messa in sicurezza fu nominato Angelo Balducci della cricca degli appalti condannato a 3 anni e 8 mesi di carcere. Il commissario ha speso 84 mln di euro e nel 2013 l’Istituto Superiore di Sanità ha spiegato tutte le criticità del Laboratorio e le carenze dei lavori del commissario», ricordano le Iene citando il documento che PrimaDaNoi.it ha pubblicato a fine dicembre 2016.

L’inchiesta della procura di Teramo si concluse con molte archiviazioni e con il patteggiamento di ammende irrisorie per una decina di responsabili e tecnici per non aver garantito la sicurezza.

L’altro punto nodale, poi, sono i tanti dubbi sulla reale efficacia dei lavori di Balducci e l’effettiva realizzazione di parte di essi come la pavimentazione impermeabilizzante che doveva essere il cardine della messa in sicurezza ma si è rivelata insufficiente.



LA NOTIZIA PER CASO TRE MESI DOPO

«La cosa più sconcertante di questa storia», aggiunge De Sanctis, «è che ci siamo accorti solo dopo il comunicato stampa della Regione che c’era stato un problema, ma era a dicembre, tre mesi e mezzo dopo l’incidente».

«Non hanno avvertito i cittadini», dice Toffa, «avete paura che succedano altri incidenti e non ve lo dicano?», e la gente: «siamo stati delle cavie», «era nostro diritto sapere».


A dicembre, dunque, si ha contezza che hanno cambiato il punto di captazione delle acque sospendendo quello dei laboratori e preferendo quello del potabilizzatore del Vomano. A gennaio poi la Asl ha di nuovo autorizzato la captazione dal laboratorio anche se nel frattempo non è cambiato nulla e nulla è stato fatto per evitare le contaminazioni.



LE IMMENSE RIFLESSIONI DEL DIRETTORE RAGAZZI


Toffa poi incalza i diretti interessati e responsabili di questa storia.

Il primo è Stefano Ragazzi direttore dei laboratori.

«Come è possibile che si sia verificato un altro incidente?»

«Quando?… Non è stata contaminazione delle acque (…) non trattiamo cose radioattive… (…) l’Istituto Superiore di Sanità non ha detto che dobbiamo fare i lavori...»

«Qui si certifica la non conformità dei laboratori...»

«Dobbiamo decidere cosa sia non conforme: l’esistenza dei laboratori o la captazione delle acque. I lavori son stati fatti ma io non ero qui, io ci sono dal 2012»


«Come è finito il diclorometano nell’acqua?»

«Non capiamo, non lo sappiamo (…) I laboratori non sono un parco giochi ma si cerca di migliorare...»

«Ma in fretta…»

«Sì sì...»


E poi la domanda da 10 milioni di dollari...

«Lei erogherebbe acqua alla gente in questa condizione qua di confusione?»

Passano 9 secondi di raggelante silenzio e di riflessione profonda e poi il direttore Ragazzi risponde:

«Se potessi decidere di non erogare sarebbe un grande sollievo per me»

Un sollievo che tradisce tutta l’apprensione di oggi e l’assunzione di un rischio che ricade sulla pelle di centinaia di migliaia di abruzzesi delle province di Teramo e L’Aquila.

Gente indifesa e costretta ad assumersi un rischio che non dovrebbe sopportare per legge nell’inerzia totale di tutte le istituzioni pubbliche.



FORLINI E L’IMBOSCATA


Antonio Forlini presidente della Ruzzo Reti, società pubblica che gestisce l’acquedotto quando fu intervistato aveva diffuso un comunicato stampa in cui parlava di una «imboscata» ed aveva minacciato di querela il programma senza nemmeno vedere il servizio e aveva assicurato tutti che «l’acquedotto era in totale sicurezza». Appena un paio di giorni dopo fu smentito clamorosamente dal vicepresidente Lolli in consiglio regionale. Ovviamente senza alcuna conseguenza.

Dalle immagini non si evincono indizi di alcuna imboscata: Forlini non si sottrae alle domande, risponde, non scappa, appare sicuro e certo di quello che dice.

 

«Come mai non ha avvertito la popolazione?»

«Non c’era motivo di avvisarla»

«Ma la legge lo impone e a dicembre l’acqua era contaminata»

«Noi abbiamo cambiato il punto di prelievo»

«Ma la gente lo deve sapere»

«Va bene ma noi abbiamo ritenuto di non informarla... va bene lo dice la legge ma c’è qualcun altro che giudicherà il mio operato...»

«I cittadini non credono più a nulla ed hanno paura...»

«Forse il direttore del laboratorio farebbe bene a non inquinarla quell’acqua…. Se ci dicono di non prenderla più non la prendiamo»


LA ASL PRIMA CONTESTA POI AUTORIZZA


Maria Maddalena Marconi, responsabile Sian della Asl di Teramo nel tempo ha scritto diverse lettere agli enti per avere la certezza che l’acquifero fosse in totale sicurezza. La certezza nessuno gliel’ha mai data in 14 anni e nonostante la posizione apparentemente critica comunque sono stati rilasciati pareri positivi per la captazione nel punto a rischio a condizione che si effettuassero continui monitoraggi.

Marconi viene incalzata da Toffa sul perché ha comunque rilasciato le autorizzazioni per la captazione delle acqua.

«I cittadini li informiamo noi, che dobbiamo fare allarmismo?», dice Marconi presa alla sprovvista poco prima di una lezione.

E’ in difficoltà e cerca di sottrarsi alle domande, non ricorda a memoria il documento dell’Istituto superiore di Sanità.


«Come ci è finito il diclorometano nell’acqua?»

«Ci sono indagini in corso…»

In tutto questo sconcertante concerto di inefficienze, connivenze, rimpalli e assunzioni di rischi immensi, gli enti sopportano anche l’aggravante della mancata informazione, persino dopo gli accessi agli atti c’è l’antico vezzo di tenere tutto segreto.

Una cosa però è certa: se non ci fosse stato l’incidente di agosto 2016 nessuno avrebbe mai saputo dei rischi di contaminazione dell’acqua, dei misteri sui lavori di Balducci, della cricca che ha avuto campo libero in Abruzzo prima, durante e soprattutto dopo i lavori, dei rilievi dell’Istituto Superiore di Sanità e della perizia commissionata dalla procura di Teramo nella quale si certificava nel 2002 che i laboratori inquinavano ed erano praticamente abusivi perché mai sottoposti a valutazione di impatto ambientale.

Da allora chi è stato obbligato a tutelare la nostra salute si è occupato di altro raccontandoci fandonie.

a.b.