MEMORIA LUNGA

Emergenza Gran Sasso, ecco perchè paghiamo oggi gli errori di 60 anni di politica nociva

Nobili fini (pubblici) oscure trame per opere immense realizzate male, scelte sbagliate e responsabili sempre salvati

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ABRUZZO. La lunga emergenza Gran Sasso è una storia torbida, ancora tutta da scrivere, dove le verità ed i segreti sono ben custoditi e reggono ai decenni e alle generazioni di politici e amministratori. Nonostante si giochi d’azzardo con la salute di circa 700mila persone.

Conoscere questa storia è vitale per capire perchè oggi accadono queste cose.

La prima pagina venne scritta nel 1963 quando il Parlamento decise di portare fuori dall’isolamento l’Abruzzo con la costruzione di una autostrada che da Giulianova arrivasse a Roma. L’ultima pagina (per ora) parla di opere costruite male che da almeno 30 anni impongono ai cittadini della Provincia di Teramo il rischio di bere acqua contaminata con l’aggravante che nessuno glielo ha mai detto in tutto questo tempo.

Oggi, nel 2017, il vicepresidente Lolli -che si è preso questa «rogna» come la definisce- non denuncia, non spiega come e perchè siamo arrivati fino a qui, chi ha sbagliato e perchè, non ha portato carte in procura, non ha fatto nomi e cognomi dei responsabili di questo scempio ambientale e amministrativo. Ha detto di aver incaricato -non si sa con quali procedure- già un progettista (e non uno a caso) per studiare soluzioni che dovevano essere già trovate almeno 10 anni fa.

Tutta la vicenda in 70 anni ha un filo conduttore: l’eterna pressione della politica nel realizzare opere senza però curarsi di come poi si realizzino e senza avere un quadro di insieme o una capacità programmatoria chiara, improntando tutto all’improvvisazione e al rattoppo o a soluzioni di comodo in corso d’opera. E queste soluzioni o deviazioni dall’idea originaria creano conseguenze gravi.

 

Come è accaduto sotto il Gran Sasso.

 

 

Tra le tante relazioni illustrative firmate dal commissario Angelo Balducci nominato nel 2003 dal governo Berlusconi) ce n'è una del 23 febbraio 2006 che inquadra perfettamente la causa del problema acqua, una risorsa che era immensa, preziosa, unica.

La relazione -che arriva dopo 3 anni di studi e progettazioni di moltissimi tecnici incaricati per capire come risolvere- va dritta al punto nelle prime tre righe:

 

«Le problematiche connesse con l'emergenza socio-ambientale del Gran Sasso possono essere ricondotte alla stretta interazione esistente tra il traforo autostradale, i laboratori sotterranei di fisica nucleare e la captazioni idropotabili e l'acquifero. Tale situazione deriva direttamente dalla modalità con cui le opere infrastrutturali sono state a suo tempo realizzate ed è ulteriormente complicata dalla impossibilità pratica di sospenderne anche solo temporaneamente l'esercizio».

 

Dunque Balducci (ri)spiega che il problema è la coesistenza dell'autostrada, i laboratori e la captazione dell'acqua potabile;  tre opportunità che devono dividersi una montagna -benche la più grande dell'Appennino- forse troppo angusta per poter pretendere che non vi fossero rischi.

Utilizza le stesse parole nel 2017 anche Giovanni Lolli, ex parlamentare che del traforo si è interessato nel 2001 da parlamentare, oggi il vice presidente della giunta regionale che in più occasioni ha ripetuto gli stessi concetti di Balducci con un decenni di ritardo dopo silenzi assoluti sull’argomento.

 

 

POLITICA DELL’IMPROVVISAZIONE

 Altro filo conduttore della vicenda è la scarsa considerazione dei vari rischi che la politica ha sempre sottovalutato come quello di bucare la montagna, interferire con le risorse idriche o creare condizioni di pericolo.

Dunque prima è iniziato il lunghissimo lavoro del traforo poi la politica ha forzato la mano per costruire i laboratori mentre si costruiva la seconda canna, accogliendo l'idea dello scienziato Zichichi.

Quando erano quasi alla fine dei lavori e le opere in gran parte terminate hanno anche forzato la mano per sfruttare e recuperare l'enorme risorsa idrica ormai “disturbata”  nel suo habitat naturale per risolvere uno dei problemi (irrisolti) che attanagliavano la provincia di Teramo:  la mancanza di acqua.

C’era bisogno di acqua anche perchè dopo aver bucato la montagna le sorgenti si sono più che dimezzate.

Questa cronologia chiarisce senza dubbi quale fosse all’epoca la capacità programmatoria e la visione generale di un territorio dove, invece, si ragiona (ironia della sorte) per... compartimenti stagni.

Un grande contributo lo diede nei decenni tra il ‘70 e la metà degli anni 90, Antonio Tancredi, a capo della Dc a vari livelli, partendo dal consiglio comunale di Teramo fino al Parlamento dove è stato relatore della legge per la costruzione dei laboratori  e prima ancora fautore della costruzione della rete autostradale e principalmente del tratto che collega L’Aquila a Teramo passando per la costruzione del traforo.

Se i politici hanno grandi idee poi devono anche essere in grado di avere una mente aperta, oltre che avere la capacità di far realizzare bene le opere stesse.

Invece tutto quanto sembra essere figlio di approssimazione, improvvisazioni, superficialità che possono costituire una bomba ad orologeria se si hanno velleità impegnative come la costruzione di un tunnel sotto una montagna immensa.

 

 

«BUCARONO LA MONTAGNA CON SUPERFICIALITA’ E MEZZI INADEGUATI»

 Lo conferma persino Balducci nella sua relazione.

«La realizzazione delle gallerie, preceduta da un'analisi geologica ed idrogeologica di limitato respiro e con mezzi sostanzialmente inadeguati, ha dato origine fin da subito e poi durante l'avanzamento delle opere a situazioni impreviste di entità assai rilevante che hanno comportato lunghi periodi di fermo dei lavori e modifiche significative dell'habitat naturale e del progetto all'epoca in corso di realizzazione».

 

Dice Balducci: siccome gli studi geologici erano superficiali e fatti male, durante i lavori sono saltati fuori gli imprevisti e le cattive sorprese ed ogni volta si è dovuto cercare di metterci una pezza.

Alla fine si è finiti per fare la raccolta dei rattoppi...

 

Scrive sempre Balducci:

«L'intuizione di realizzare i Laboratori dell'Istituto nazionale di fisica nucleare indubbiamente lungimirante dal punto di vista scientifico e del prestigio internazionale apportato al Paese, ha costituito una ulteriore e non limitata variazione dell'iter realizzativo, così come la volontà o necessità di utilizzare a scopo potabile l'ingente massa di acqua drenata dal Gran Sasso, è subentrata sostanzialmente in una fase successiva al consolidamento delle opere di drenaggio temporanee».

 

Mancando una visione strategica generale e preventiva si sono dovuti adeguare piani e progetti alle diverse esigenze (della politica) del momento senza curarsi troppo delle conseguenze reali sulle opere da realizzare di queste scelte “in corsa”. Insomma la necessità di ottenere consensi elettorali è sempre stata prevalente sul resto.

 

 

LE TALPE IN PARLAMENTO

«Le innegabili difficoltà operative», conclude Balducci, «si sono sovrapposte ad impostazioni in termini funzionali e concettuali difficilmente modificabili sia allora che maggiormente ora, stante la sostanziale operatività di tutte le infrastrutture sopra menzionate».

Oggi (2006) diceva Balducci la stratificazione è tale che nulla si può modificare anche perchè traforo, laboratori e captazione sono tutti attivi e, dunque, come si fa?

Bisognava pensarci prima ma non lo si è fatto e non si è stati lungimiranti.

 

 

 

GLI ALBORI: LE TAPPE DELLA PRIMA REPUBBLICA

 La storia del traforo è legata a quella dell'autostrada A24.

Nel 1963 venne approvata la costruzione del collegamento Roma-Giulianova attraverso L'Aquila e Teramo che prevedeva sin dal principio la realizzazione di una galleria stradale sotto il massiccio del Gran Sasso.

L’opera fu realizzata grazie a un accordo tra la Cassa del Mezzogiorno e la S.A.R.A. (Società Autostrade Romane e Abruzzesi), vecchia concessionaria delle autostrade A24 A25. A progettare l’opera fu Alpina S.p.A. e l’impresa costruttrice fu la CO.GE.FAR. La realizzazione venne approvata nel 1963 e i lavori cominciarono il 14 novembre 1968, si protrassero per 25 anni con numerosi incidenti, che complessivamente costarono la vita a 11 persone, ed un costo totale che arrivò a sfiorare i 1700 miliardi di lire (ad oggi 2017, sarebbero 887 milioni di euro) a fronte degli 80 miliardi inizialmente previsti.

 

Il 15 settembre 1970, durante l'esecuzione dei lavori di scavo, la grande talpa escavatrice bucò l'enorme serbatoio sotterraneo di acqua presente nelle viscere della montagna.

Si trattava di un serbatoio alto 600 metri, un getto di acqua e fango

La parte bassa della città di Assergi fu allagata, costringendo a una evacuazione, e il corso di molte sorgenti fu compromesso.

Il 1º dicembre 1984, con una cerimonia ufficiale presieduta dall'allora presidente del Consiglio Bettino Craxi, venne inaugurata a corsia unica per senso di marcia la galleria in direzione Teramo tra gli svincoli di Assergi e Colledara.

Nel 1982 cominciò la costruzione dei laboratori sotterranei dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare la cui realizzazione procedette parallela alla costruzione della seconda galleria in direzione L'Aquila.

Alla fine tutte le sorgenti ebbero un drastico calo  Rio Arno e Chiarino si dimezzarono.

L’intera storia particolareggiata è ben descritta su una pagina del sito di Strada dei Parchi, attuale gestore dell’autostrada.


 

2001 IL MINISTRO ED IL CONFLITTO DI INTERESSI GROSSO COME UNA MONTAGNA

In piena era Berlusconi, l’era passata alla storia come quella che ha sdoganato ogni tipo di conflitto di interessi, il ministro alle infrastrutture, Pietro Lunardi propose ufficialmente l’idea di costruire la terza canna del traforo del Gran Sasso. Che l’idea (venuta in mente anche ad altri ma poi sempre abbandonata) fosse venuta proprio a chi nella scuderia di famiglia vanta imprese che scavano i tunnel più importanti d’Italia e del mondo, destò scalpore ma passò subito in secondo piano perchè il rischio per l’Abruzzo era davvero altissimo. La grande mobilitazione ambientalista riuscì a scongiurare l’opera perseverando nell’errore in un momento in cui l’Abruzzo non sapeva moltissime cose e si voleva persino riuscire a vendere acqua alla Puglia…

Da quel momento in poi, invece, specie nel Teramano, fu inaugurata l’era della “carenza idrica” e della scarsità di approvvigionamento. Di colpo ci si accorse che le fonti erano poche (chissà come mai) e bisogna ricorrere ad ogni mezzo, per esempio, anche ai potabilizzatori...


 

L’INCIDENTE BOREXINO DEL 2002


Agosto 2002: a causa di un incidente si verifica lo sversamento di 50 litri di trimetilbenzene  che finiscono nel pozzetto all'interno dei laboratori del Gran Sasso.

E’ quello l'inizio di un’altra storia incredibile fatta di omissioni, ritardi, incompetenze a vario livello, verità negata, propaganda e sviamenti per coprire responsabilità enormi.

Il tutto senza che alcuna autorità giudiziaria abbia potuto in qualche modo controllare  e verificare o tantomeno sanzionare eventuali difformità progettuali, eventuali contaminazioni dell'ambiente, eventuali omissioni pericolose, eventuali rischi per la salute pubblica attraverso la distribuzione di acqua contaminata.

 

Così nel 2003 il governo Berlusconi decise di aprire una delle tantissime emergenze infinite del nostro Paese nominando come commissario Angelo Balducci.

Purtroppo, quanto altre procure in giro per l'Italia hanno scoperto sul suo conto, getta una pesante ombra e, forse, può fornire una ulteriore chiave di lettura alla storia abruzzese.

 

E’ un fatto che le sentenze passate in giudicato che coinvolgono Balducci (amato, osannato, venerato da tutti persino dal papa) parlano di reati gravissimi commessi sfruttando la sua qualità di Commissario che poteva agire grazie ad una copertura del governo e delle leggi che gli consentivano di operare nella massima segretezza e senza veri controlli (se si escludono quelli, per esempio, della Protezione Civile ai tempi guidata da Guido Bertolaso, anche quest’ultimo indagato nei vari filoni della Cricca).

 



84MILIONI NON SONO BASTATI

Dal 2003 al 2006 fu lui ad ordinare e commissionare progetti e lavori per oltre 80 milioni di euro per risolvere la prima fase dell'emergenza del Gran Sasso che viene definita “socio-ambientale”.

 

Tra gli obiettivi primari da raggiungere c’era quello della messa in sicurezza dell'acquedotto che captava acqua tra la galleria e i laboratori scientifici. Era quello lo scopo del commissariamento anche perchè c’era stato l’incidente che aveva contaminato la falda e l’acquedotto...

Viene detto chiaramente più volte nelle migliaia e migliaia di pagine prodotte in quegli anni.

Ma se davvero l'acquedotto fosse stato messo in sicurezza (dunque impermeabilizzato) non sarebbe stata possibile nessun tipo di contaminazione.

Invece in due decenni sono molte le contaminazioni documentate e non.

 

Sono poi arrivate le contaminazioni dell’acqua distribuita da Ruzzo Reti avvenute tra la fine di agosto e l'inizio di settembre e quella ancora più grave del 9 maggio che ha spinto l'Asl di Teramo a dichiarare non potabile l'acqua (solo in seguito le analisi dell'Arta hanno rivelato essere conforme ai parametri di legge).

Dunque, solo nel 2017, i fatti hanno provato in maniera inconfutabile che l’acquedotto non era affatto immune da contaminazione.

Eppure nessun ente, nessun pubblico ufficiale, nessun sindaco aveva mai avvertito gli abruzzesi di questo rischio ben noto.

 

 



TRE MOMENTI

Balducci nella relazione del 2006 suddivide in tre momenti l’attuazione degli interventi per la  «completa messa in sicurezza del sistema Gran Sasso».

Il primo è quello urgente ed indifferibile che è costato poco più di 80 milioni e di cui si è occupato direttamente e personalmente fino alla conclusione dei lavori avvenuti tra il 2006- 2007.

Il secondo momento è strettamente connesso al primo e doveva avere il compito di completare gli interventi strutturali e non finalizzati al raggiungimento di un livello di rischio accettabile per le attività in essere.

 

C'era poi una terza fase che doveva in qualche modo completare il piano generale degli interventi e integrare gli interventi posti in essere in emergenza con la gestione territoriale della risorsa idrica della Regione Abruzzo.

 

In pratica il commissario -come più volte sottolineato- ha lasciato in dotazione una mole immensa di studi, di relazioni tecniche utili agli enti pubblici locali per poter completare il difficile lavoro  negli anni successivi  per poter garantire la totale sicurezza dell'acquedotto.

Una sorta di “to do list”  che in realtà gli enti locali (dalla Regione fino all'ultimo dei Comuni coinvolti) hanno preferito dimenticare nel cassetto fino al dicembre 2016 quando, solo per un caso fortuito, si è saputo che 4 mesi prima vi era stato un incidente nei laboratori e da lì l'Abruzzo ha scoperto che l'emergenza iniziata nel 2003 in realtà non era mai finita e che i lavori fatti non erano serviti per garantire la salute pubblica nè l’acqua incontaminata.

La lista di Balducci è stata dimenticata fino ad oggi quando si promettono altre centinaia di milioni di euro pubblici da spendere chissà sotto il controllo di chi e Lolli promette «interventi risolutivi»  senza però rispondere alle domande:

ma davvero sono stati fatti a regola d’arte quei lavori del commissario?

Quei soldi sono davvero stati spesi bene o si poteva fare meglio?

Non era forse prioritaria la messa in sicurezza dell’acquedotto sulle altre opere realizzate?

I problemi di oggi sono dovuti a cattiva progettazione, a cattiva esecuzione o a cos’altro?

 

2006 LA BUGIA TOTALE SULLA SICUREZZA DEI LABORATORI

Nel 2006 parte l’esperimento Borexino e bisogna dirlo al mondo. Ma c’è già stato l’incidente che ha rallentato e creato imprevisti. A parlare è il prof. Giulio Manuzio, responsabile Infn dell'esperimento Borexino ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso che disse: «Nessun silenzio dal Gran Sasso: non abbiamo segreti da nascondere. La messa in sicurezza del sistema integrato Laboratorio del Gran Sasso-Acque-Galleria A24, è per il bene della montagna, dei cittadini e dei ricercatori Infn. Finalmente, dopo tre anni, il laboratorio è stato messo in una situazione di totale sicurezza rispetto alla captazione di acqua, correggendo anche errori iniziali di costruzione e rivedendo parti di impianto che ormai denotavano la loro età».

Totale sicurezza?

Magari da uno scienziato ci si sarebbe aspettati un tantino di attendibilità in più. Eppure messaggi del genere sono stati molteplici negli anni anche se si è preferito più tacere o non affrontare il tema per evitare di mentire o allarmare la popolazione.

 

 

LA ASL SCRIVE MA NESSUNO RISPONDE

Che a nessuno freghi dell’emergenza è chiaro da subito.

Dal 2007 il servizio Sian della Asl di Teramo, diretto da Maria Maddalena Marconi, scrive poco meno di una decina di lettere a Balducci per richiedere i collaudi delle opere realizzate. Balducci pensa, invece, ad un’altra Maddalena, quella in Sardegna che si preparava ad accogliere il G8 e non risponde per oltre due anni, come se non fosse sua premura o obbligo.

Fino a quando la dirigente Marconi non minaccia di denunciarlo (cosa che non ha mai fatto nè allora nè dopo): a quel punto piovono le carte richieste che certificano la piena regolarità di tutte le opere realizzate.

Ma perchè Balducci non voleva consegnare le carte dei collaudi dei lavori?

Perchè mettere in difficoltà e creare un danno in costanza di una emergenza socio-ambientale?

La Asl del  resto chiedeva di certificare solo la sicurezza dell’acquedotto….



L’ESERCITAZIONE DEL 2008 E LE CRITICITA’ ESPLOSE

Nel 2008 si tiene una imponente esercitazione sotto il Gran Sasso per testare la sicurezza ed il piano di emergenza. Le cose non vanno bene e vengono evidenziate numerose criticità.

Sempre la Asl di Teramo scrive a tutti gli enti (dalla Regione in giù) che il piano di emergenza dei Laboratori elaborato nel 2008 non affronta per nulla il problema del pericolo di contaminazioni dell’acquedotto anche perchè «gli esperimenti e le installazioni avvengono in ambienti non conformi».

Lo certifica poi anche l’Istituto superiore di sanità nel 2013…

Viene certificata anche la possibilità di contaminazione tra le acque raccolte nella galleria autostradale con quelle che poi finiscono nell’acquedotto.

Insomma un rischio enorme anche perchè le sostanze che entrano nei laboratori sono moltissime e pericolose.

 

 

2011 C’E’ BISOGNO DI UNA COMMISSIONE CHE VERIFICHI I LAVORI

 La direttrice del Sian di Teramo a maggio 2009 comunicò l'avvenuta acquisizione di tutta la documentazione tecnica inviata proprio dal commissario (finalmente), cioè le carte segrete per 7 anni, e chiese nuovamente la convocazione della commissione tecnica di verifica della protezione del sistema idrico dai rischi.

Si tratta di un organismo che avrebbe dovuto testare e certificare la sicurezza del sistema idrico proprio in seguito ai lavori.

In verità non si capisce quale sia la necessità di una commissione quando si è in presenza di tutti i collaudi certificati ed il commissario dichiara che l’obiettivo del suo mandato è la sicurezza dell’acquedotto...

L’11 aprile 2011 (9 anni dopo l'incidente che generò l'emergenza) venne costituita finalmente la Commissione dalla giunta Chiodi che affidò il coordinamento alla segreteria generale della Presidenza della giunta (all’epoca era presieduta da Antonio Sorgi).

Chiodi decise che con un separato decreto avrebbe nominato i componenti indicati dai vari enti partecipanti e per farlo ci mise un altro anno: e siamo a luglio 2012.

Quella commissione si sarà riunita non più di tre volte e comunque non è servita a nulla.

Dell’emergenza Gran Sasso non si è più sentito parlare fino a dicembre 2016.

Nel frattempo le giunte regionali dal 2005 ad oggi hanno più volte autorizzato e prorogato la captazione dell’acqua sotto la montagna pur sapendo dei rischi perchè “obbligati” a farlo da una dichiarata crisi idrica e mancanza di approvvigionamento. Peccato che già nel 2005 lo stesso Balducci indicava le soluzioni ma perseguite.

Peccato che tra le tante si citava anche il potenziamento del potabilizzatore di Montorio al Vomano (appalto bandito ad aprile 2017).

Peccato che la Ruzzo è riuscita a spendere prima del 2011 oltre 36mln di euro per il «potenziamento della rete» che non è servito nè a trovare fonti alternative nè a mettere in sicurezza la captazione tra autostrada e laboratori.

 

Dopo tutto questo la cosa peggiore che potrebbe succedere è che le stesse persone che per 10 anni non hanno visto nè detto nulla, potevano fare e non lo hanno fatto  si concedano anche il potere di risolvere questa «rogna»  e pure di controllare che tutto sia fatto nel migliore dei modi.

Sempre Lolli appena due giorni fa ha già annunciato di aver incaricato (non si sa come e perchè) il luminare professor Roberto Guercio che fu scelto già da Balducci e la sua cricca proprio per buona parte della progettazione delle opere sotto il Gran Sasso.

All’epoca nessuno conosceva le strettissime relazioni di Guercio con le alte sfere, l’amicizia con Valter Lavitola, importanti uomini di potere nelle istituzioni fino al Cavaliere Berlusconi ma non solo.

A prescindere dalla squadra di appartenenza e alle pendenze penali di quest’ultima risulta rilevante ed un tantino inopportuno che dopo tanto tempo e tanta “acqua passata” la scelta sia ricaduta proprio su chi abbia già giocato questa partita, applicando un metodo consolidato e sperimentato più volte in Abruzzo.

 

E dicono che questa un tempo era “l’isola felice”.

“Felice” per cosa esattamente?



a.b.