DENTRO IL BUNKER

Cricca e misteri sotto il Gran Sasso. 84mln di lavori a regola d’arte: parola di Raniero Fabrizio /2

Tutto ok: laboratori isolati e impermeabilizzati ma nel 2016 un incidente prova il contrario

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TERAMO. No, i lavori sotto il Gran Sasso tra il 2004 ed il 2006, commissario Angelo Balducci, sono stati tutti fatti a regola d’arte, controllati meticolosamente e validati con timbri e firme dai direttori dei lavori e dall’ufficio commissariale.

L’ultima firma è di Raniero Fabrizi che ha chiuso l’iter amministrativo di verifica sui conti.

Dunque le carte sono a posto e raccontano una verità precisa scritta nero su bianco.  


L’incidente più grave -con pericolo di contaminazione di falde acquifere nei Laboratori nel cuore della montagna- si è verificato il 16 agosto 2002 durante il famoso esperimento Borexino (che poi ha portato importanti risultati scientifici anni dopo).

Il 28 maggio 2003 la Presidenza del Consiglio (premier Berlusconi) dispone la nomina del Commissario delegato per il superamento della fase emergenziale che sarà ultradecennale.


Il commissario si mette all’opera e in una prima fase di studio cerca di capire quali possano essere gli interventi prioritari e capaci di superare la situazione di emergenza.

Si studia a fondo e si cerca di fotografare con difficoltà lo stato dei fatti non senza difficoltà.

Nella sua relazione finale -senza data ma presumibilmente rilasciata nel 2008- il commissario Balducci, nelle prime pagine, ringrazia tutti gli enti coinvolti per la collaborazione fattiva nei cinque anni trascorsi e in particolare anche la magistratura e la procura di Teramo che all'epoca indagava sull’incidente e sequestrò alcune sale dei laboratori.

Balducci richiese e ottenne il dissequestro per poter continuare i lavori programmati per la messa in sicurezza.

Tra i ringraziamenti non poteva mancare quello alla Protezione Civile che è sempre stata informata di tutto, all'epoca presieduta da Guido Bertolaso.



GLI OBIETTIVI DA RAGGIUNGERE

Gli obiettivi del commissario sono però chiari: al primo punto c’è la «messa in sicurezza dei sistemi di captazione dei due acquedotti per poter consentire la ripresa al più presto possibile all'interno dei laboratori di fisica nucleare degli esperimenti».


Al terzo punto degli obiettivi da raggiungere, per esempio, c'è «la messa in sicurezza dei laboratori»  che comprendeva, oltre ai sistemi antincendio, quelli di «rilevazione e di controllo»  ma soprattutto la creazione di «un sistema di raccolta delle acque di percolazione e di scarico che prima finivano nelle fogne senza regimentazione».

Altro obiettivo era quello della sicurezza delle gallerie autostradali.

A supportare il commissario un comitato tecnico scientifico formato dal presidente Marcello Fiori, Giuseppe Minnini, Giuseppe Coduto, Paride Marini Elisei, Nazzareno Santilli, Carlo Maria Speranza.

Commissario e Comitato Tecnico Scientifico  si sono poi tutti coordinati con i vari enti interessati: i Laboratori, l'Anas, la Regione Abruzzo, la Provincia di Teramo, l'acquedotto del Ruzzo, l'acquedotto del Gran Sasso, l’Ato L'Aquila e Teramo, l'Arta, la polizia giudiziaria,  la Protezione civile .


CARTE CONFUSE

Curioso che il commissario straordinario nella sua relazione annoti che durante la fase di studio preliminare per cercare di capire le cause dell’incidente e su come poter intervenire abbia evidenziato «una realtà non sempre corrispondente alla documentazione ricevuta»    come dire che le carte (per esempio i progetti dei laboratori) raccontavano una storia del tutto diversa, concetto che precisa meglio qualche riga dopo scrivendo: «dal confronto tra realtà e documentazione fornite è  apparsa evidente la difficoltà di fare molto affidamento sulle documentazioni esistenti ma anche alla complessità di riuscire a conoscere in tempi ragionevoli  quanto presente nello stato fisico attuale e a ciò va aggiunta una notevole estensione di reti ed impianti in buona parte non in evidenza».

Insomma per rendersi conto di come intervenire dentro i Laboratori una delle difficoltà incontrate è stata quella di non poter conoscere l’esatta ubicazione e le condizioni degli impianti perchè dentro i muri invece che a vista.


Ma Balducci -che pure si attirò all’epoca non poche critiche- non fece tutto da solo e più volte convocò riunioni con gli enti locali come una prima conferenza dei servizi che si è tenuta a L'Aquila il 16 settembre 2004 alla quale parteciparono tutti, anche la Regione Abruzzo che aveva mandato la massima autorità in materia di acqua, ingegner Pierluigi Caputi, all'epoca direttore dell'Area territorio nonché per l'Autorità di Bacino, al quale sono stati illustrati il progetto da realizzare circa la captazione delle acque al fine di ottenere un parere positivo anche dalla Regione.



PROTEZIONE DELLE FALDE

Nella sua relazione Balducci scrive «una volta garantita la qualità e la conservazione delle acque da destinare ad uso potabile si è avuta cura di indirizzare ogni sforzo nel tenere separate le acque comunque presenti nelle gallerie dell’acquifero in genere ed in particolare dalle falde presenti sotto i piani di calpestìo».

Per quello che riguarda l'interno delle gallerie dei laboratori, l’intervento del commissario si è indirizzato sulla «impermeabilizzazione spinta della pavimentazione delle zone destinate all'attività di ricerca e comunque con provvedimenti capaci di contenere eventuali perdite in adeguati volumi per quanto riguarda le gallerie autostradali».

«Anche in questo caso si è trattato di proteggere le falde sotto le corsie autostradali con interventi e protezioni delle stesse».

Sembrerebbe di capire dunque che l'obiettivo della totale impermeabilizzazione, sia dei laboratori che delle gallerie autostradali sia stato raggiunto.

Un punto fondamentale questo, dopo l'incidente verificatosi a settembre 2016, che ha generato una contaminazione della falda, provando in maniera inconfutabile come vi sia ancora un contatto tra l'acqua che esce dal laboratorio e le falde acquifere che poi finiscono dentro l'acquedotto.



REFLUI IN APPOSITI SERBATOI DI STOCCAGGIO

La relazione finale del commissario Balducci è chiara su questo punto: ci sono stati interventi volti all'isolamento del pavimento nelle sale del laboratorio A,B, e C e nella galleria denominata Tir;  si tratta di «imponenti lavori realizzati»  che avevano l'obiettivo di «convogliare i reflui del laboratorio in appositi serbatoi».

In pratica, se, per un errore, liquidi velenosi o contaminanti fossero finiti sul pavimento dei laboratori questi sarebbero stati comunque indirizzati verso apposite canalette e grate per venire dirottati in serbatoi di stoccaggio.

Inoltre sono stati rifatti completamente i pavimenti utilizzando tecniche che ne assicurassero «il completo isolamento»  e il commissario parla della realizzazione di «una doppia barriera impermeabile applicata ad un solettone di calcestruzzo armato tale da incorporare le fondazioni di nuovi esperimenti da installare».

Pavimentazione in resina poliuretanica.


E’ stato poi realizzato anche un «complesso sistema di captazione delle acque di roccia che sono le acque di stillicidio provenienti dalle pareti delle sale, mediante la realizzazione di una canaletta in calcestruzzo armato impermeabilizzato è attraverso un pozzetto collegato alla nuova rete fognaria delle acque bianche».


SISTEMA DI ALLARME E MONITORAGGIO

Per essere proprio sicuri di evitare ogni contaminazione è stato realizzato poi un sistema di rilevazione e monitoraggio della presenza di liquidi.

In pratica le tre sale del laboratorio sono state fornite di un apposito sistema «in continuo»,  in pratica un sistema di controllo di allarme di rilevazione di perdite di liquidi costituito da una doppia centralina elettronica di controllo e di allarme, un doppio sistema di sonde e doppi circuiti di collegamento elettrico.

Un pò come succede sugli aerei dove gli impianti sono raddoppiati per evitare che una rottura possa creare problemi seri.

Peccato che nonostante queste accortezze questo sistema non abbia funzionato proprio in corrispondenza dell’incidente del 2016 quando secondo la versione ufficiale il sistema era n manutenzione. Ma i conti non ritornano a stare dietro a Balducci perchè il sistema realizzato è doppio e se uno è in manutenzione c’è il secondo che vigila. In teoria.

«Le centrali», spiega sempre Balducci, «in caso di allarme dovranno essere in grado di comandare l'attivazione delle saracinesche motorizzate che consentano l'invio dei flussi sversati alle pompe di sollevamento e da questi ai serbatoi di stoccaggio posti in sala».

un sistema che dalla dettagliata descrizione dovrebbe in qualche modo sia informare che allertare in tempo reale su  ogni possibile sversamento all'interno del laboratorio già comunque totalmente impermeabilizzato.


E’ stato poi previsto e realizzato un sistema di drenaggio e contenimento dei liquidi sversati che ha lo scopo, in caso di incidente, di evitare che «i liquidi sversati possono confluire nelle reti fognarie esistente o di raggiungere le falde idriche o il sistema di captazione delle acque potabili».


Per concludere:  i liquidi eventualmente sversati e pericolosi -secondo quanto scritto nella relazione- sarebbero stati convogliati all'interno di appositi serbatoi di stoccaggio e non rilasciati nelle fogne.



84MLN PER LA SICUREZZA DELL’ACQUIFERO

Dalla documentazione e dalle descrizioni fornite nel report finale di Balducci non sembrano esserci sbavature di nessun genere e nemmeno dimenticanze o superficialità:  la cosa chiara che emerge con certezza è che i lavori da 84 milioni di euro servivano ad evitare che le acque, in qualche modo contaminate all'interno del laboratorio, poi, non potessero finire dentro le falde acquifere è dentro l'acquedotto Del Ruzzo.

Si tenga conto che sono state anche apportate modifiche ai progetti definitivi e fatte molteplici e costose varianti proprio per migliorare ulteriormente quanto ipotizzato inizialmente prima di mettere mano al “sistema Gran Sasso”. Le varianti sarebbero state imposte dalla confusione delle carte inerenti i progetti dei laboratori ed quelle relative ai  collaudi dopo la costruzione all’inizio degli anni ‘80.


Allora come è stato possibile che a settembre 2016 siano state rilevate solo dalle analisi (della Asl di Teramo) nelle acque in uscita dai Laboratori le sostanze “evaporate”, come dice il direttore dei laboratori?


Il traforo rimase chiuso da settembre 2005 a febbraio 2006 per via dei cantieri poi, riaperto, i lavori sono comunque continuati.

Alla fine, viste anche le notevoli difficoltà e imprevisti emersi, Balducci chiude con una frase che potrebbe aprire nuovi scenari: «va rilevato che l’obiettivo primario era quello del superamento dell’emergenza ma il raggiungimento dello stesso non poteva prescindere dalle implicazioni anche nei riguardi di interventi che in linea di principio avrebbero potuto essere attuati in altra fase. Lo scenario complessivo che ne è derivato avrebbe richiesto l’impiego di risorse  ben superiori  a quelle disponibili».

Ad ogni modo gli studi effettuati  -secondo Balducci- costituiscono un importante patrimonio da consegnare agli enti locali sui quali avrebbero dovuto pianificare interventi ulteriori.  



QUALCHE CIFRA

Alla fine il quadro analitico dei costi è chiaro: per esempio, le spese di funzionamento dell'ufficio del commissario è costato poco più di 2mln di euro, gli studi e le progettazioni 3,4mln euro, consulenze per oltre un milione di euro.

Per quanto riguarda le somme erogate a enti terzi alla Ruzzo sono andati i €132.000 alla Telecom €609.000 a Strada dei Parchi 3,2mln.

Le opere più costose sono quelle da 22,3mln che hanno riguardato gli interventi di carattere idraulico e ambientale delle gallerie, le opere di drenaggio e l'impermeabilizzazione.  L'adeguamento delle reti impiantistiche elettriche è costato oltre 5 milioni; le reti per la ventilazione quasi 10 milioni di euro;  la pavimentazione 7mln; il sistema antincendio quasi 5 milioni per un totale di 84 milioni di euro.


LE CERTIFICAZIONI

I lavori eseguiti hanno richiesto oltre a verifica in corso d'opera anche l'attivazione di procedure di collaudo tecnico amministrativo.  I collaudi, però, non sempre sono avvenuti entro di 6 mesi previsti dalla legge.

Alcuni si sono svolti nel 2007 mentre altre certificazioni anche contabili sono successive tra il 2009 ed il 2010.

A vidimare la regolarità tecnica di tutti c’è Fabio De Sanctis in qualità di direttore dei lavori (numero due della cricca di Balducci).

Il responsabile unico del procedimento che certifica invece i conti, note spese e fatture, è Raniero Fabrizi che ha  avuto un ruolo importante anche nell’emergenza Gran Sasso, dunque prima del terremoto de L’Aquila.   



CHI E’ RANIERO FABRIZI

Fabrizi, avezzanese del 1952, è dirigente del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e consigliere tecnico e membro delle commissioni di esami dei progetti di opere pubbliche che sono di competenza del Consiglio superiore dei lavori pubblici, componente del gruppo di lavoro costituito dalla Presidenza del Consiglio superiore.

Nel 1977 si laurea in ingegneria civile alla Sapienza di Roma e fino al 1981 svolge attività professionale autonoma poi entra nel Ministero dei lavori pubblici come funzionario e lavora presso il provveditorato delle opere pubbliche per la Basilicata dal 1982 al 1990 e poi al Provveditorato alle Opere pubbliche per l'Abruzzo ed è lui che analizza, progetta, fa anche direzione dei lavori pubblici di moltissimi delle opere di quel periodo nella nostra regione.

Nel 2000 diventa dirigente del Provveditorato delle opere pubbliche per il Lazio e dal 2004 al 2007 è di nuovo dirigente nella Provveditorato Lazio Abruzzo e Sardegna ai tempi di Balducci.

Raniero Fabrizi
Qualche sussulto durato lo spazio di un paio di giorni ci fu nel 2015 quando il sindaco Massimo Cialente lo volle a capo dell’ufficio per la ricostruzione del post terremoto aquilano.

Qualcuno arrivò a dire che non fosse opportuno che a gestire circa 2miliardi di euro di lavori fosse una persona che aveva lavorato gomito a gomito con la cricca (ma non indagato) anche se si trattava di un alto dirigente del ministero con elevata esperienza.

In effetti con la cricca Ranieri ci è andato ai ricevimenti e a cena a casa di Fabio De Sanctis, nella lista degli invitati «Raniero» è al numero 3, medaglia di bronzo, un piazzamento invidiabile se si considera che Berlusconi è al numero 40, “Angelo B.” al numero 20, “Questore Fi” al 31.

Non è una colpa se i tuoi colleghi, conoscenti, magari amici, finiscono in inchieste giudiziarie accusati di corruzioni e di tangenti.

Se non altro con Fabio De Sanctis, ex provveditore alle opere pubbliche della Toscana e organizzatore della cena (a casa sua) insieme alla moglie, amanuense del documento trovato durante una perquisizione, Fabrizi è stato attenzionato anche nella prima fase della inchiesta di Pescara Mare-Monti che si è occupata di una parte della cricca e che ha coinvolto esponenti della famiglia Toto, Luciano D’Alfonso e l’architetto Strassil.


L’ombra della cricca del resto ad un occhio attento è stata visibile in Abruzzo già intorno al 2000.

Ma non è colpa certo di Raniero Fabrizi.


a.b.