AFFIDAMENTI PERICOLOSI

Fallimento Banca Marche: nella lista degli insolventi anche 4 big abruzzesi

A svelare i maggiori 50 debitori il Tg di Enrico Mentana

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ABRUZZO. I debitori insolventi di Banca Marche sono ufficialmente segreti per volere del governo italiano e ben custoditi. Nei giorni scorsi, tuttavia, Enrico Mentana e il suo telegiornale hanno svelato la lista dei 50 maggiori insolventi che dunque hanno contribuito al fallimento della banca “salvata” dal governo Renzi con il “salvabanche” insieme a Carichieti, Cariferrara e Banca Etruria.

Le banche elargivano prestiti e mutui a soggetti che poi di fatto non li hanno restituiti o che in molti casi sono falliti. Non un caso ma eventi che si sono reiterati centinaia di volte per tutte le banche fallite.   

Nel caso di Banca Marche sono centinaia gli ex clienti insolventi per cifre che vanno da un massimo di 126 milioni mai restituiti a cifre di gran lunga inferiori.


Due giorni fa la commissione Finanze del senato ha approvato il decreto «salvarisparmio» dando il via libera agli emendamenti del governo che, però, non prevedono la pubblicità dell'elenco degli insolventi, ma solo una generica classificazione degli affidati la cui esposizione sia superiore all'1% dell'attivo della banca, suddivisi per classi.

Eppure da mesi c’è la richiesta pressante, anche da parte dell’Abi di svelare i nomi dei clienti delle 7 banche che hanno prosciugato i risparmi degli italiani.

Si parla di 24 miliardi di euro che grazie a queste banche fallite sono state immesse nel circuito economico italiano per il tramite di società che di fatto hanno avuto un vantaggio enorme e la stessa possibilità di fare impresa, molte volte con grandi fiammate iniziali e breve durata.

Ora sarà il sistema bancario ed i contribuenti italiani di fatto a salvare le sette banche: Monte dei Paschi di Siena, delle due ex popolari venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) e delle quattro cosiddette good bank (Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara).

Nella lista degli insolventi di Banca Marche mostrata nel corso del servizio giornalistico del TgLa7 compaiono anche 4 abruzzesi: la Novafin e Villa Pini di Vincenzo Maria Angelini, l’ex re delle cliniche private abruzzesi e grande accusatore dell’ex governatore d’Abruzzo Ottaviano del Turco, Caldora costruzioni srl, Di Gennaro Costruzioni e la Sixty spa.

Stando al documento mostrato Novafin, cassaforte dell’ex ras della sanità, e Villa Pini d’Abruzzo risultano insolventi per 22,5 milioni di euro.

La Novafin spa aveva sede legale a Chieti in via contrada San Salvatore, il capitale sociale era di 780 mila euro, diviso in parti uguali tra Angelini e la moglie Maria Sollecito. Vari gli interessi dalla cura della persone e benessere (aveva il 45% delle quote delle Terme di Popoli), tecnologico (Logicon), economia (Gestioni Manageriali), mattone con l’Edilizia Industriale, nella farmaceutica con la MaxFarma.

Villa Pini avanzava dalla Novafin un credito di ben 100 milioni di euro, la San Stefar di circa 30 milioni di euro.

 Ad ottobre 2015 Angelini è stato condannato a 10 anni di reclusione per bancarotta fraudolenta.

Nello stesso processo la moglie Anna Maria Sollecito è stata condannata a 5 anni e 5 mesi di reclusione, la figlia Chiara a 4 anni e 5 mesi.

Secondo l’accusa il crac era  addebitabile «alle distrazioni che si sono realizzate almeno per 30 milioni di euro dal 2005 al 2010» solo per Villa Pini.

 

Per la difesa di Angelini la crisi del gruppo (con varie strutture in Abruzzo) era invece addebitabile al mancato versamento di 150 milioni di euro da parte delle Asl.

 

CALDORA

Dal documento reso pubblico da La7, invece,  la Caldora Immobiliare Costruzioni risulta insolvente per 20,3 milioni di euro. Dal luglio 2015 la società,  che in passato ha realizzato le opere più significative in città, i palazzi della Regione di via Raffaello e il palazzo che ospita oggi il Bingo,  risulta iscritta nella procedura fallimentare del concordato pieno con continuità aziendale.

La società è guidata da Deborah Caldora, figlia di Armando Caldora, amatissimo presidente della prima promozione in A del Pescara del campionato 1976-77.

Ad aprile 2016 proprio Caldora aveva raccontato al Centro: «Sono stati due anni duri perchè Banca Marche ci aveva sospeso gli stati di avanzamento (del mega cantiere da 20 milioni di euro OperA progettato dall’archistar Mario Botta tra l’università e il nuovo Tribunale, ndr)  e abbiamo dovuto tenere fermo il cantiere. Ma le tre imprese coinvolte ci hanno aspettato, come pure le persone che avevano acquistato appartamenti e uffici e che hanno continuato a credere in me. Li ringrazio tutti, sperando di consegnare i venduti al massimo entro l’inizio del 2017. Incrociando le dita siamo ripartiti e questo mi fa ben sperare su una ripresa generale».

 

LA DI GENNARO COSTRUZIONI

Nella lista ‘nera’ anche un’altra società di costruzioni abruzzese, la Di gennaro costruzioni con sede legale a Tortoreto: 18,5 milioni di euro mai restituiti da parte della società che realizza e vende appartamenti in riviera adriatica tra Campofilone, Alba Adriatica, Tortoreto, Giulianova e Pescara,

Dopo anni in cui risultava una delle realtà più floride della regione si è ritrovata a far fronte ad una situazione debitoria di 62,4 milioni di euro con ben 50 milioni di case invendute tra Giulianova e Pescara.

Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 ha presentato al tribunale di Teramo ricorso per l’ammissione alla procedura di concordato preventivo con cessione dei beni pro soluto.

La situazione era precipitata ad inizio del 2015 quando  i 30 ex dipendenti del gruppo hanno presentato istanza al tribunale di Teramo per avere mesi di arretrati e i Tfr.

La stessa azione era stata avviata anche da parte di fornitori e banche



LA SIXTY SPA

La Sixty spa, invece, non avrebbe restituito a Banca Marche 13,8 milioni di euro . La società nel 2013 è stata iscritta nella procedura fallimentare del concordato preventivo. Nell’estate del 2015 ha pagato con 2 milioni gli stipendi dovuti ai 265 lavoratori.

Lavoratori mandati definitivamente a casa ad ottobre del 2014 dopo oltre 30 anni di attività.

La società è stata una delle più importanti realtà della moda italiana, arrivando a sfiorare i 700 milioni di euro di fatturato nel 2007 quando i dipendenti erano 700.

Poi la crisi, la vendita degli asset,  la cessione di Sixty Asia e, in misura inferiore, allo stesso Crescent Hyde Park. Nel 2012 la cessione del cuore del gruppo di Chieti, Sixty International e Sixty Spa, divenuti di proprietà di Crescent.

E’ rimasta a galla, invece, la Sixty Distribution grazie al piano di rilancio della Newco, amministrata dal biellese Paolo Bodo per un totale di 238 posti di lavoro di cui 186 impiegati nella rete retail Italia e 52 sul territorio teatino, più 75 impiegati nella rete retail Europa.