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Hotel Rigopiano, foto e perizie false per ottenere la sanatoria degli abusi edilizi

Lo strano caso del tecnico che produsse due relazioni opposte

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ABRUZZO. Era la struttura più importante e nota della zona, l’unica di Farindola, ci andavano tutti,  vip e politici di ogni risma. Eppure nessuno sapeva che i documenti presentati per ottenere una sanatoria (grazie ad una provvidenziale legge regionale) dicevano il falso. Una “realtà virtuale” avvalorata da fotografie probabilmente scattate anni prima. Molte testimonianze incastrano il perito, il proprietario dell’albergo e il tecnico comunale di Farindola.

 Nella vicenda particolarissima dell’Hotel Rigopiano, spazzato via dalla valanga del 18 gennaio 2017, si inseriscono ulteriori stranezze che completano il quadro di incredibili e macroscopiche sviste dei controllori a tutti i livelli.

Lo spunto è stato dato da un esposto del Forum H2o che attraverso la comparazione di elaborati progettuali e fotografie pubblicate sul web aveva notato alcune difformità edilizie. 

 Intanto i carabinieri forestali che hanno indagato 23 persone per disastro colposo ritengono che il gestore Bruno Di Tommaso (che il giorno della tragedia si trovava a Pescara), in qualità di datore di lavoro, avrebbe omesso di effettuare la valutazione di tutti i rischi per la sicurezza dei lavoratori. Sono poi emersi molti abusi edilizi.

Lo si evince persino dalle perizie tecniche effettuate nell’ambito di una causa civile intentata dal curatore fallimentare contro la società di leasing a cui era stata ceduta la proprietà dell’hotel.

Il perito tecnico di parte per la “A-Leasing” era il geometra foggiano  Giuseppe Gatto.

Dalla relazione da lui firmata, datata 22 ottobre 2014, si scopre che l’immobile «non era conforme agli strumenti urbanistici a causa di diversi abusi edilizi in difformità degli elaborati progettuali autorizzati dagli Enti».

Struttura irregolare e difforme rispetto alle autorizzaizoni e alle carte.

Tutto scritto tra pagina 20 e 24 della relazione.

In quel caso Gatto doveva stimare il valore dell’immobile per la società e notò con estrema cura i particolari irregolari tra i quali «la realizzazione di un area adibita a palestra; la realizzazione di due sale meeting (dall’evocativo nome dannunziano), fulcro delle attività dell’Hotel, ovvero la sala meeting  “Duse” ubicata al primo piano e la sala “il piacere” ubicata all’esterno del blocco centrale dell’Hotel; la realizzazione della sala  “garden”  il cuore dell’Hotel nei momenti di chiusura della spa dove è stato realizzato un camino».

 

Opere difformi e non sanabili, unica possibilità l’abbattimento e riportare tutto allo stato originario per poi richiedere nuovo certificato di agibilità.

Ma nessuna opera abusiva è stata mai eliminata.

Anzi il 14 dicembre 2015 Di Tommaso richiese al Comune di Farindola un ulteriore permesso a costruire per «il miglioramento delle strutture preesistenti a servizio dell’Hotel».

Il caso ha voluto che questo nuovo progetto per “effettuare migliorie” fosse proprio redatto dal geometra Giuseppe Gatto, lo stesso consulente di parte che aveva constatato la presenza degli abusi edilizi realizzati dal Di Tommaso.

 I carabinieri annotano che «il progetto servirà, solo apparentemente, a sanare gli abusi edilizi riscontrati nell’ottobre 2014 al fine di ottenere la dichiarazione di conformità urbanistica necessaria per permettere a Bruno Di Tommaso l’acquisto dell’Hotel Rigopiano».

Ed infatti nel preliminare di vendita di giugno 2016 Di Tommaso si accorda per comprare l’Hotel per 3 milioni di euro.

Ad agosto 2016 il responsabile tecnico del Comune di Farindola, Enrico Colangeli, lo stesso tecnico che si era occupato anche in passato di molte altre pratiche autorizzative, rilascia il permesso di costruire (in realtà come si è detto le opere erano state realizzate a tempo) .

Gatto infatti chiedeva di realizzare «Tettoia “A”: Chiusura di una tettoia preesistente eseguita con infissi; Tettoia “B”        Realizzazione di una tettoia attigua ad un ambiente polifunzionale già esistente a servizio all’Hotel…; Tettoia “B1”       Trasformazione in veranda della tettoia preesistente, eseguita con pannelli amovibili…; Tettoia “C” Trasformazione in veranda della tettoia preestistente, eseguita con     pannelli amovibili….» 

 

«EVIDENTI FALSI»

Il geometra Gatto -hanno scoperto i carabinieri forestali- avrebbe allegato alla relazione tecnica non le foto reali del dicembre 2015, periodo in cui i locali erano chiusi da vetrate e utilizzati dagli ospiti dell’Hotel, ma quelle scattate al termine della posa in opera delle tettoie in cui le stesse appaiono aperte.

E sarebbe stato quello l’unico momento in cui le verande sarebbero state aperte anche perchè ci sono le testimonianze di almeno sette dipendenti dell’Hotel che lo confermano.

 La manovra per sanare gli abusi andò a buon fine perchè nessuno si accorse di nulla e grazie alla legge regionale 49 del 2012 si ottenne il nulla osta per un aumento del 20% della volumetria. Ulteriore irregolarità, perchè la sanatoria poteva valere solo se l’edificio da ampliare fosse stato regolare.

Cosa che purtroppo non era per una serie di altre “sviste in serie” avvenute dal 2006, quando Del Rosso iniziò l’iter per ampliare l’Hotel e costruire la famosa spa che sarebbe diventata la nuova attrazione e permesso di guadagnare tutto l’anno e restare aperti anche d’inverno e con la neve alta.

 Esattamente 10 anni prima della tragedia, gennaio 2007, il Suap, allora diretto da Fabrizio Bernardini, rilasciò le autorizzazioni ma dopo aver acquisito una serie di autorizzazioni da altri enti tra cui Asl, Parco, vigili del fuoco ed il permesso di costruire del Comune rilasciato dal responsabile dell’ufficio tecnico comunale, Enrico Colangeli, nel 2006.

Poi arrivò anche il Nulla osta per i beni ambientali  che impone di valutare se l’intervento sia compatibile con il Piano Paesistico regionale e sia necessario lo studio di compatibilità ambientale.

Tutto ok anche ad parte della Regione Abruzzo e dal dirigente di allora, Antonio Sorgi. 

Nessuno si sarebbe mai accorto di tutto questo se il 18 gennaio 2017 non fossero morte 29 persone, svelando retroscena inimmaginabili.

 

 

 

 

 

IL BOX.  LE SOCIETA’, IL FALLIMENTO E LA CAUSA CIVILE

 

Il 24 aprile 2008 la società Del Rosso Srl, in esecuzione di un contratto di locazione finanziaria (leasing) cedette alla società “A-Leasing spa” che si impegnava a finanziare subito con 500mila euro Del Rosso per completare la ristrutturazione.

Costo totale per i gestori e affittuari 7,4 mln di euro con possibilità di riscatto (ottenerne la proprietà) al pagamento di tutte le rate. 

Nel 2009 ad amministrare la Del Rosso rimane solo il fratello Roberto che ottiene dal Suap di Pescara il certificato di agibilità parziale al nuovo centro benessere realizzato nel frattempo.

A maggio 2010 Del Rosso cede l’unico ramo d’azienda operativo della società (con dentro l’Hotel) alla società Mountain Park Resort Srl Unipersonale (di Emira De Acetis, moglie di Del Rosso).

La società di leasing nel frattempo non viene pagata ed intima la riconsegna del bene, sempre a maggio 2010.

Ad ottobre dello stesso anno la Mountain Park Resort Srl cedeva alla Gran Sasso Resort Srl (costituita pochi giorni prima da Bruno Di Tommaso e Raffaele Grilli) il ramo commerciale costituito dall’Hotel Rigopiano ricevuto in cessione dalla Del Rosso Srl (quest’ultima dichiarata fallita nel 2010).

Nel 2012 il curatore fallimentare della Del Rosso srl, Sergio Iannucci, cita in giudizio la società A-Leasing affinchè fosse annullato il contratto di leasing per recuperare i pagamenti effettuati pari a 1,4mln di euro.

La causa si conclude il 25 luglio 2016 quando il giudice del Tribunale di Pescara, Capezzera, autorizzava l’atto transattivo tra la A-Leasing ed il curatore Iannucci per un terzo della cifra (450mila euro).

Fine della storia: i creditori della fallita Del Rosso srl si sono dovuti accontentare di questa cifra.