IL BANCHETTO

Brogli elezioni, le Iene scoprono la ‘maccheronata’ con voto del senatore Razzi

Foto e racconto di un ex collaboratore: «mai pagato per 2 anni»

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ABRUZZO. Continua il filone di inchieste delle Iene sui presunti brogli elettorali degli italiani all’estero e della ricerca spasmodica dei candidati alla ricerca dei plichi per truccare il voto.

Nelle scorse settimane la trasmissione di Italia 1 ha raccolto la testimonianza di un ex candidato e di un ‘cacciatore di plichi’ che hanno svelato lati decisamente oscuri delle votazioni dei nostri connazionali che vivono lontani dall’Italia.

Adesso il caso si arricchisce con la testimonianza del senatore abruzzese Antonio Razzi (Forza Italia), eletto nella circoscrizione Svizzera.

L’esponente di centrodestra  quando non sapeva di essere ripreso dalle telecamere ha svelato per filo e per segno il sistema utilizzato dai suoi colleghi (ha assicurato che lui non lo ha mai fatto) e poi a telecamera accesa ha detto di non saperne niente.


 

COME SI VOTA

Nelle settimane che precedono le elezioni i vari consolati italiani all’estero spediscono agli italiani ‘fuori sede’ un plico. Dentro c’è una scheda elettorale, l’elettore deve riempirla, votare la persona favorita, firmarla, richiudere la busta e mandarla al consolato. Il consolato poi li manda in Italia per il conteggio.

Al momento del voto non c’è nessuna verifica che il titolare della scheda sia in realtà la persona che vota.

Come ha raccontato il ‘cacciatore di plichi’ basta intercettare i plichi per truccare i voti. Fondamentale la complicità di alcuni baristi che chiedevano ai clienti le schede, in cambio di regalini da 5 e 10 euro. Fondamentale anche l’aiuto di un postino che in cambio avrebbe dovuto essere ricompensato in denaro di circa 500 euro.

 


LA TELECAMERA NASCOSTA

Non sapendo di essere ripreso il senatore abruzzese ha rivelato di conoscere molto bene il meccanismo. «Tutti vanno a caccia di plichi», ha raccontato. «Se cerchi i plichi vai dove buttano  le carte, te le prendi e …chi ti ha visto? Non c’è firma, non c’è controllo, non c’è niente. C’è chi se li vende e chi compra a 5, 10 euro ogni busta.  E poi quando vengono spediti… se dentro la posta c’è un  amico mio, io gli dico, ‘giovanò quando ti arrivano quelle buste grigie  me lo passi…’. Possono fare anche questo. O si cambia il sistema o tutti possono fare questo lavoro. Tutti».

Quando le Iene gli hanno chiesto qualche nome di qualche candidato che avrebbe fatto uso di questo sistema Razzi ha evitato di rispondere:  «di questo me ne lavo le mani, non mi interessa. Come dicono: ‘mì son di Rovigo e non mi intrigo’».



LA TELECAMERA SI ACCENDE E RAZZI DICE TUTT’ALTRO

A telecamera accesa, quando filippo roma gli chiede se lui abbia mai usato il trucchetto di plichi il senatore abruzzese ha risposto «no mai»,  spiegando che non fosse nemmeno a conoscenza di questo sistema prima di vedere il servizio delle Iene, smentendosi in pratica da solo. «Ci sono stati colleghi che hanno preso 20, 50 mila voti e mi chiedevo io… ma come fanno? Boooh»



LA MACCHERONATA CON VOTO

Le Iene hanno poi intervistato Massimo Pillera, ex portavoce di Razzi per due anni.

Proprio lui ha raccontato di una ‘maccheronata’ (un incontro informale nel quale si è mangiata pasta al pomodoro), in un sobborgo di Zurigo, in un condominio.

«Gli elettori votarono di front a lui, gli mostrarono plichi. Razzi all’epoca era un parlamentare e aveva un dovere etico di non fare queste cose».

Razzi ha smentito su tutta la linea: «ho fatto solo la magnata, gli altri hanno spiegato come si votava, non io».



IL CONTRATTO E I SOLDI IN NERO

Secondo il senatore Pillera avrebbe raccontato di quell’episodio, e mostrato le foto in cui si vedono distintamente i plichi, perché non è stato riconfermato come collaboratore.

Situazione raccontata anche dall’ex portavoce: «ho lavorato  per lui per due anni, non mi ha mai pagato e non mi ha mai fatto un contratto. Gliel’ho chiesto diverse volte e mi ha sempre detto ‘poi vediamo…’.

Razzi sostiene invece di aver sempre pagato il collaboratore… ma in contanti e in nero. «Lui non era mai in ufficio, veniva un paio di volte a Roma ma solo per vedere la città».