LE ACCUSE

Incendio del Morrone: «ecco chi ci guadagna». Le foto

Appennino Ecosistema: «fuorilegge compromettono la conservazione degli habitat di alta quota »

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L’AQUILA. La faggeta ha resistito, le praterie stanno faticosamente recuperando, ma i ginepreti nani sono perduti per sempre, a causa del passaggio del fuoco della scorsa estate.

Un dramma, ma non per tutti, come denuncia l’associazione Appennino Ecosistema che ha diffuso foto in cui mostra come  i pascoli di altitudine del Morrone siano finalmente liberi da quegli ‘ingombranti’ e ‘fastidiosi’ arbusti spinosetti di ginepro che sottraevano spazio agli appetiti di vacche e cavalli.

Animali da qualche decennio padroni incontrastati dei preziosi habitat di alta quota tutelati da un SIC e da una ZPS istituiti in base alla Direttiva Habitat dell’Unione Europea e da una zona a massima tutela del Parco Nazionale della Majella, una Zona “A” di Riserva integrale.

«Sabato scorso, 4 novembre», denuncia l’associazione, «gli allevatori fuorilegge del Morrone hanno festeggiato la Repubblica, a modo loro, traendo subito profitto dai pascoli finalmente “puliti” (cioè privi degli arbusti di ginepro nano) insistendo in comportamenti dannosi ed illegali».

L’associazione denuncia infatti il pascolo brado di vacche e cavalli (vietato da normative nazionali e regionali) in piena zona di Riserva integrale, oltre che nelle aree percorse dal fuoco (vietato per dieci anni in forza della L. n. 353/2000) e fuori tempo limite per la demonticazione (fissato al 15 e al 30 ottobre dalle norme generali e dalla L.R. n. 3/2014).

Si parla di habitat delicati e fragili dove è ormai già presente la neve.

L’associazione ha informato il Reparto Carabinieri del Parco Nazionale della Majella e l’Ente Parco stesso: «speriamo che qualcosa si muova, anche dopo gli allarmi lanciati dalle Associazioni Salviamo l’Orso, Lipu e Altura, che con note circostanziate il 27 giugno e il 13 luglio scorso avevano chiesto decisi interventi agli stessi soggetti senza ricevere alcuna risposta. E così i nuovi fuorilegge delle nostre montagne hanno continuato ad esercitare impunemente le loro attività. Il pascolo brado di vacche e cavalli costituisce oggi una delle principali minacce all’integrità degli ecosistemi e delle specie montane».

 La presenza di enormi quantità di questi animali (ogni anno si contano decine di mandrie di 50-100 bovini e centinaia di equini nel solo territorio del Parco Nazionale della Majella), liberi di muoversi senza controllo, sta infatti provocando, secondo le analisi degli ambientalisti, gravi danni alle praterie naturali, agli ambienti umidi ed ai boschi di montagna in tutti gli Appennini Centrali, che fino a pochi decenni or sono conoscevano la presenza soltanto degli ovini, sempre ben custoditi e di gran lunga meno dannosi per l’ambiente.


«Ogni anno», insiste Appennino Ecosistema, «con l’avvio alla monticazione del bestiame domestico nel territorio del Parco Nazionale della Majella, si notano gravissimi danni a carico degli habitat tutelati dall’Unione Europea dovuti al pascolo brado di bovini ed equini, spesso lasciati al loro destino in montagna persino anche nel periodo invernale e senza alcuna custodia».

Oltre che dannoso, il pascolo brado o nel bosco è vietato da norme di carattere generale e dalla Legge Regionale n. 3/2014. Nei territori protetti da Siti di Interesse Comunitario o Zone di Protezione Speciale dell’Unione Europea, inoltre, il pascolo oltre i limiti fissati per la monticazione e la demonticazione è vietato dalla D.G.R. n. 877 del 27/12/2016 e i proprietari sono punibili per i danni arrecati dai loro animali agli habitat anche in base all’articolo 733-bis del codice penale

(distruzione o deterioramento di habitat all’interno di un sito protetto), che prevede l’arresto

fino a 18 mesi e l’ammenda non inferiore a 3.000 euro.