ALIMENTAZIONE

Coldiretti: «non mangia più carne un abruzzese su 10»

A Pescara maxigrigliata contro la crisi ma e’ allarme anche su arrosticino

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ABRUZZO. «E’ necessario non abbassare la guardia e continuare ad incentivare l’opera di controllo effettuata dalle forze dell’ordine competenti. Ben venga dunque l’aumento della vigilanza, volta al rispetto delle norme e delle regole che permettono al prodotto made in Italy di essere associato al concetto di qualità e di sicurezza alimentare».

 Giulio Federici, direttore Coldiretti Abruzzo, commenta così la notizia del sequestro di due allevamenti di carne bovina nel teramano e nell’aquilano. E rilancia sull’importanza di poter scegliere con trasparenza ciò che si mangia, a garanzia sia del consumatore che del produttore serio e onesto.

Un imperativo in perfetta linea con la tanta curiosità suscitata questa mattina tra i consumatori dall’iniziativa lanciata da Coldiretti nel mercato di Campagna Amica di  Pescara, dove è stata festeggiata la Giornata nazionale della Carne italiana alla presenza dell’assessore regionale all’agricoltura Dino Pepe.

Un’operazione verità sulla carne ed i suoi primati qualitativi ma anche una occasione per aiutare con equilibrio e buonsenso a fare scelte di acquisto consapevoli e non cadere in pericolose mode estreme, a partire dall’arrosticino, carne simbolo della zootecnica abruzzese per storia e per gradimento soprattutto tra le nuove generazioni.

 

«LA VERA E SANA CARNE ITALIANA»

Una festa quindi per celebrare la vera e sana carne italiana ma anche per riflettere sulla crisi di un settore determinante per l’economia. Un dato per tutti: nel giro degli ultimi cinque anni oltre 128 mila Abruzzesi hanno detto addio alla carne bovina, secondo la stima effettuata da Coldiretti Abruzzo. Oggi a portare in tavola carne bovina è rimasto il 63,7 per cento degli abruzzesi, mentre a primeggiare nel gradimento sono le carni bianche (pollo, tacchino, coniglio), presenti almeno una volta a settimana nel piatto per 82,7% dei cittadini della regione. A mangiare maiale è, invece, il 49,8 per cento, mentre il 62,4 per cento non si fa mancare mai i salumi.

«Proprio nel 2015 -  precisa Coldiretti - la carne ha perso per la prima volta il primato ed è diventata la seconda voce del budget alimentare delle famiglie dopo l’ortofrutta, con una rivoluzione epocale per le tavole nazionali».

«Eppure la carne e i salumi - sottolinea Coldiretti, rappresentano importanti fonti di proteine ed altri micronutrienti solitamente assenti (vitamina b12) o poco rappresentati (zinco, selenio, B2, PP) o scarsamente disponibili (ferro) nei prodotti di origine vegetale. Un alimento importante soprattutto per i bambini: la carne è uno dei primi cibi che si puo’ introdurre a partire dal periodo di svezzamento perché è fonte di nutrienti essenziali alla crescita ed è anche facilmente digeribile».

 

UN CASO A PARTE: L’ARROSTICINO

Non corre invece rischio di estinzione l’arrosticino, il cui appeal aumenta tra il consumatore, ma con un altro tipo di problema: oltre due arrosticini su tre, stando ad una stima di Coldiretti Abruzzo, deriverebbero da carni provenienti dall’estero, penalizzando gli allevatori onesti e snaturando una produzione che trova il suo punto di forza proprio nella tradizione pastorale regionale che in Abruzzo è rappresentata da circa 250mila capi di ovini adulti di cui ogni anno 60mila destinate alla produzione di arrosticini.  

 

UNA CRISI DI SETTORE SENZA PRECEDENTI

Una crisi con due cause: una diminuzione dei consumi e l’aumento delle importazioni selvagge. Negli ultimi venti anni sono state chiuse in Abruzzo circa la metà delle stalle: in particolare, l’allevamento bovino ha subito un decremento in termini di capi del 33,7% contro una diminuzione del 31,8% dei capi suini e del 63,8% dei capi ovini a dimostrazione dell’allarme sul prodotto “arrosticino”. Ad essere “sopravvissuti” sono circa 400mila capi tra bovini, suini e ovicaprini per un totale di 9200 aziende, dove lavorano minimo 18mila persone, tra capi azienda e manodopera familiare e non.

«Gli arrivi da Paesi comunitari e extracomunitari di carne a basso prezzo senza il valore aggiunto di sicurezza e sostenibilità garantiti dall’Italianità provoca la chiusura delle stalle, impoverisce le attività di trasformazione e distribuzione ad esse legate e fa venir meno il presidio ambientale e di legalità di interi territori – sostiene Coldiretti -  Quando una stalla chiude si perde un intero sistema fatto di animali, di prati per il foraggio, di prodotti tipici e soprattutto di persone impegnate a combattere lo spopolamento e il degrado spesso da intere generazioni».