IL PROCESSO

Crack Angelini. «Un miliardo di passivo per il Gruppo Villa Pini»

L’accusa: «Il fallimento non è dovuto al blocco dei pagamenti Asl»

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CHIETI. Il Gruppo Villa Pini è fallito per il miliardo di debiti accumulati nel tempo (sommando il passivo delle varie società) o perché la Asl non gli ha versato gli ultimi 150 mln di crediti?
Nell’udienza di ieri al Tribunale di Chieti per la bancarotta di Enzo Angelini (dominus incontrastato di tutta la galassia che ruotava attorno alla clinica) la Procura di Chieti si è aggiudicata un altro round dello scontro che oppone queste due tesi. Infatti ha dimostrato che si è trattato di un lento, volontario suicidio del Gruppo, per cui l’esito finale è arrivato naturalmente e non per la mano di qualcuno che ha staccato la spina ed ha sospeso l’erogazione dell’ossigeno.
E così, in questo gigantesco puzzle che da anni si tenta di ricostruire, paradossalmente la teoria del complotto (spesso agitata da Enzo Angelini) e le cause naturali del fallimento sembrano quasi collimare: la Procura mette in campo una visione diacronica degli ultimi cinque anni di gestione di Villa Pini (dove si incrociano le vicende politiche e personali di Sanitopoli), mentre l’ex patron punta la sua attenzione solo sugli ultimi due anni di attività, quando però il meccanismo che doveva moltiplicare i soldi si era ormai trasformato in una macchina infernale per fare debiti.

LA LISTA DEI DEBITI
Ieri il punto decisivo a favore dell’accusa, rappresentata dal  Procuratore capo Pietro Mennini e dal sostituto Giuseppe Falasca, è stata la deposizione del curatore fallimentare Giuseppina Ivone, chiamata  a riferire sulle cause di questa bancarotta.  Documenti alla mano (poi acquisiti dal presidente del collegio Patrizia Medica) il curatore ha elencato una lunga serie di cifre riguardanti il passivo del Gruppo Villa Pini: la clinica 320 mln, Novafin 340 mln, Verde 34 mln, SanStefar, Maristella e così via fino ad arrivare a circa 1 miliardo di debiti.
Di contro l’avvocato Gianluigi Tucci, difensore di Angelini, ha cercato in tutti i modi di accreditare la tesi che il fallimento è stato indotto dalla chiusura dei rubinetti Asl, cioè da un “complotto”.
Teoria che il difensore ha cercato di riempire di contenuti, annunciando anche una perizia suppletiva per smontare questa enorme massa debitoria e per ridurla a 300-400 mln di euro. Ma questo potrebbe non spostare di molto la questione principale: infatti il fallimento – che si tratti di 1 miliardo di debiti o di 400 mln - scatta comunque quando c’è l’impossibilità o l’incapacità dell’imprenditore di adempiere alle proprie obbligazioni. E nel caso di Villa Pini, tra dipendenti non pagati, contributi non versati e fornitori a secco, il 16 febbraio 2010 – data della decisione del Tribunale fallimentare di Chieti - la situazione era così drammatica che addirittura nei mesi precedenti la Regione aveva votato una legge ad personam che annullava l’accreditamento all’imprenditore (Angelini) che per almeno sei mesi fosse moroso.

ALTRO GIUDIZIO PER LA DISTRAZIONE DI 30MLN
Domanda del Pm Giuseppe Falasca: «Lo squilibrio dei conti di Villa Pini è stato determinato dai mancati pagamenti della Asl?»
 Risposta del curatore fallimentare, avvocato Giuseppina Ivone: «No, nei documenti risulta che i debiti sono aumentati dal 2005 e che c’è stata anche una continua distrazione di soldi, almeno 30 mln, verso le tasche di Angelini».
 Ha ribadito il procuratore Pietro Mennini: «Ci riassume meglio il senso della sua deposizione? La tesi del difensore è che il fallimento dipende dalla Asl».
«No – ha ripetuto il curatore – intanto perché i crediti verso la Asl erano e sono solo presunti e non tutti reali, perché la contabilità delle varie società non è attendibile per le fidejussioni ed i passaggi di denaro e poi perché il Gruppo Villa Pini ha utilizzato alcune di queste società per distrazioni di fondi finiti in beni di lusso non strumentali per la gestione della clinica. Cioè beni del tutto estranei, dai sigari all’abbigliamento per spiegare meglio».
 Queste ulteriori precisazioni in forma sintetica sono state sollecitate dalla Procura al termine della deposizione del curatore Giuseppina Ivone, prima sottoposta sugli stessi argomenti ad una serie di domande del difensore  Gianluigi Tucci.
«Ascolti avvocato: ma quali erano i debiti reali di Villa Pini e soprattutto quali erano i suoi crediti? E’ vero, come risulta anche da un suo ricorso al Tar della primavera del 2010, che la clinica doveva avere 150 mln dalla Asl?»
«Ascolti avvocato: ammette che se questi soldi fossero arrivati il fallimento poteva essere evitato?»
«No. Il fallimento non poteva essere evitato, come risulta non da una mia valutazione, ma dai documenti. Intanto perché quei crediti vantati con la Asl non erano e non sono risultati poi tutti reali (ricoveri inappropriati e contenziosi in atto con la Asl) – ha ripetuto più volte l’avvocato Ivone, anche quando Tucci ha posto le domande in modo indiretto – il fallimento della clinica è avvenuto sia perché i debiti erano molto più pesanti dei crediti e cioè quasi 350 mln a fronte di 150 di dubbia esigibilità, sia perché dal 2005 al 2010, cioè gli anni di competenza del curatore, c’è stato un continuo drenaggio di soldi per acquisto di beni di lusso personali che non avevano alcun rapporto con la gestione della clinica. Come peraltro ha già dimostrato il mio collaboratore Luigi Labonia nella sua relazione che è agli atti. E su questo è pendente un giudizio di responsabilità al Tribunale delle imprese dell’Aquila a carico di Angelini, dei suoi familiari e degli organi societari».

I PAGAMENTI INFRAGRUPPO, L’EXTRABUDGET E LE RICHIESTE DEI DIPENDENTI
Tucci: «Ha rinvenuto nei suoi controlli cessioni di crediti?»
«Sì: Unicredit e Deutsche Bank, con una serie di contenziosi anche successivi, perché la curatela ha eccepito l’inopponibilità al fallimento».
 Tucci :«Ci sono richieste di pagamento per l’extrabudget? Quale è lo stato dell’arte oggi del fallimento. Quanto deve la Regione alla curatela?».
 Ivone: «la cifra è in fieri e vedremo cosa diranno le sentenze».
«Ma è vero che la clinica era in attivo fino al 2007? E che Chiara, la figlia di Angelini, è stata esclusa dall’ammissione al fallimento?»
«La documentazione contabile della Clinica non è sembrata molto attendibile ed il Giudice delegato ha escluso la figlia Chiara perché non c’è credito, né è stato dimostrato» ha concluso l’avvocato Ivone.
Poi la deposizione si è dilungata sulle difficoltà dell’esercizio provvisorio deciso dal Tribunale fallimentare per non depauperare la società e dare speranza ai dipendenti di recuperare gli stipendi arretrati. Insomma è stato ripercorso il difficile cammino della curatela, dalla gestione diretta all’affitto della clinica ed alla sua vendita.
Con un accenno finale: «non capisco – ha concluso la Ivone - perché qualcuno metta i dipendenti contro il curatore che vuole pagarli e li pagherà, ma solo quando il giudizio contro il primo compratore sarà passato in giudicato. Se il riparto si è bloccato è solo colpa del suo ricorso».

Sebastiano Calella