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Abruzzo. Elettrodotto Villanova-Gissi. L’ennesima denuncia: cantiere sott’acqua

«Come è possibile costruire un’opera così importante in zona a rischio esondazione?»

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ABRUZZO. I cantieri Terna per l'elettrodotto Villanova–Gissi sono andati sott'acqua. Un fatto di per sé gravissimo sotto vari profili che sono stati analizzati dal Forum Acque Abruzzo e dalle tante associazioni ambientaliste che vi collaborano.  
Venerdì sera e sabato mattina il fiume Pescara ha letteralmente sommerso diversi cantieri dell'elettrodotto in provincia di Pescara e occupato aree in cui presto dovrebbero iniziare i lavori per altri sostegni. Video e fotografie raccolte sabato mattina sono inequivocabili, con scavi che sembrano diventati piscine, recinzioni divelte e strade di accesso ai cantieri che somigliano a laghi.
Sono documenti definiti «clamorosi e impressionanti», soprattutto le immagini relative ad alcuni cantieri o siti non ancora approntati ma di futura installazione che non solo sono allagati ma risultano essere in piena corrente del fiume.
In una delle foto dell’area di cantiere dove dovrebbe sorgere il sostegno 15 (uno dei piloni del futuro elettrodotto), posto a pochissimi metri dall'alveo normale del fiume, si scorge il terreno che ad oggi è solo picchettato e delimita il futuro cantiere. Nelle immagini si vede l'apice del picchetto d'angolo sporgere di poco oltre il pelo dell'acqua, in piena corrente.

Sul sito che dovrebbe ospitare il sostegno 16, non ancora realizzato a causa dell'azione dei proprietari e dei cittadini che si sono opposti all'occupazione, il fiume scorreva come un torrente.
«Arriviamo quindi al paradosso che», spiega il Forum, «Terna dovrebbe ringraziare quelli che allora ha definitivo “intrusi esagitati” perché se fosse stato aperto il cantiere sarebbe stato letteralmente travolto dalle acque».
Il cantiere del sostegno 19 era del tutto irraggiungibile, sommerso dall'acqua come la strada d'accesso. Inaccessibile, tranne per i gabbiani, che si vedono nelle foto volare attorno al cantiere. Quello del sostegno 20, con tutti i materiali, risultava completamente allagato sotto più di mezzo metro d'acqua e lo scavo si presentava trasformato in una vasca d'acqua. Tutto ciò è accaduto con una piena di modeste dimensioni.
«Inoltre», ha spiegato Augusto De Sanctis, «quando siamo arrivati l'acqua era già iniziata a scendere, secondo quanto riportato dai residenti. Non osiamo immaginare cosa potrebbe accadere con un evento simile a quello del 1992 (che non fu neanche la più grave alluvione del Pescara mai registrata) o peggio. Purtroppo quello che appare già di inaudita gravità è in realtà solo la punta dell'iceberg. Infatti più di un terzo (55 su 151 sostegni) di questa grande opera inutile è localizzato in aree classificate a rischio idrogeologico. Piloni a rischio esondazione dovrebbero essere costruiti non solo sul Pescara ma anche sul Sangro e sul Sinello».

 I 55 sostegni a rischio ricadono in aree appartenenti nelle seguenti categorie di rischio secondo la classificazione ufficiale delle mappe del rischio regionali (PSDA e PAI):
PERICOLOSITA' ESONDAZIONE PERICOLOSITA' FRANA

8 in aree a pericolosità molto elevata (P4),
4 in aree a pericolosità elevata (P3),
2 in aree a pericolosità media (P2)
4 in aree a pericolosità moderata (P1)
Subtotale 18

4 in aree a pericolosità molto elevata
31 in aree a pericolosità elevata
2 in aree a pericolosità moderata
Subtotale 37

Per quanto riguarda il rischio frane il Forum Acque ha sottolineato che i 4 sostegni nelle aree più a rischio saranno realizzati su frane attive, cioè che si stanno muovendo. Una di queste comportò qualche anno fa l'evacuazione di diverse abitazioni con gravissimi danni e l'intervento della protezione civile e ampia eco sui giornali. Proprio lì, a Guardiagrele, piazzeranno il sostegno 76.
Ben 31 sostegni sono –sempre secondo lo studio del Forum- su frane attualmente quiescenti ma potenzialmente riattivabili, secondo le analisi ufficiali. 

«In un paese che smotta e si allaga ad ogni pioggia, causando lutti e distruzioni», dice il Forum, «ci si chiede come sia possibile progettare in questo modo infrastrutture che, anche senza ipotizzare le situazioni più critiche come i crolli, teoricamente dovrebbero funzionare in primis nelle situazioni di emergenza. In caso di black-out su questo settore dell'opera, con pioggia battente e il fiume in piena, come si andrà a svolgere i lavori d'urgenza sui piloni in piena area alluvionale? Tra le onde impetuose del fiume magari di notte?  Ci chiediamo se sia normale in un paese civile procedere in questo senso, quando la vicina Regione Marche con delibera del 2008 ha inserito, tra le aree di esclusione, proprio le aree con pericolosità elevata o molto elevata. Dopo quanto accaduto recentemente in Liguria e in Lombardia, crediamo sia indifferibile ripensare la compatibilità geologica di localizzazione di opere che teoricamente sarebbero di pubblica utilità in zone con così forti dissesti. Tra l'altro aumentare la pressione antropica su tali aree così vulnerabili, determina l'aumento del rischio sia diretto che indiretto, su altri manufatti (come case, strade, come l'autostrada Pescara – Roma che ha i sostegni in questione a pochissimi metri)». 

Gli ambientalisti –e forse anche molti altri cittadini- si chiedono come sia stato possibile autorizzare tutto ciò? «Purtroppo si tratta dell'ennesima conferma che in Italia ci si strappa le vesti ad ogni evento luttuoso per poi far finta di nulla e continuare a persistere negli errori; puntualmente le prime opere ad andare sott'acqua sono proprio quelle che hanno tutte le autorizzazioni. Riteniamo che», aggiunge De Sanctis, «la Regione Abruzzo, titolare delle competenze sull'Autorità di Bacino, e il Ministero dell'Ambiente, responsabile della Valutazione di Impatto Ambientale, debbano immediatamente revocare in auto-tutela le autorizzazioni rilasciate in auto-tutela».