CINEMA

Il sogno africano del registra Nanni, riprese finite in autunno esce il film

10 mila persone hanno seguito in diretta il suo viaggio su Facebook

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ABRUZZO. Oltre 10.000 persone hanno seguito, sui social network, il viaggio in Africa, in Senegal, del regista abruzzese Walter Nanni, impegnato nelle riprese del suo nuovo film dal titolo "Teranga".
Su Facebook, Nanni e i suoi collaboratori hanno tenuto un diario on-line che, attraverso foto e racconti, ha appassionato la rete. Tanti i commenti e le condivisioni sul popolare social network da parte di utenti di diversi paesi.
Il film, prodotto dalla Media Dream Film, è in fase di lavorazione e sarà pronto in autunno.
Il frutto finale sarà un lungometraggio documentaristico dal titolo "Non sai quel che darei - Viaggio al contrario nelle speranze dell'Africa".
Il lavoro di preparazione al viaggio è consistito nell'intervistare a Pescara, Chieti e Roma giovani senegalesi emigrati in Italia, nell'ascoltare l'umiltà delle storie, nell'osservare la diversità dei volti, nel carpire sogni e speranze di questi ragazzi. Con lo zaino pieno di storie, Walter Nanni ha poi intrapreso il viaggio al contrario: si è recato nel paese natale degli intervistati per ascoltare i loro congiunti, visitare le loro case, capire quanto siano cambiati luoghi ed aspettative, esplorare le problematiche e le motivazioni socio-economiche che hanno spinto queste persone ad andare via dal loro luogo nativo.
Duecento giorni incredibili. Domenica scorsa Nanni ha incontrato anche Youssou N'Dour, il più noto cantante senegalese nel mondo, una vera star internazionale, ex Ministro della Cultura e del Turismo e attualmente Ministro Consigliere. «E’ impegnato nella campagna elettorale», racconta Nanni, «ha tenuto un comizio improvvisato su un'auto. In pochi istanti si è radunata una folla intorno a lui».
E poi tante storie, come quella di Medoune, 48 anni, falegname a Dakar. «Ha vissuto in Italia per dieci anni, a cavallo tra gli anni '80 e '90», racconta Nanni. O quella di Mbassa di 22 anni: «due volte a settimana, per sei ore di seguito si immerge nelle acque del lago, con un bastone rompe il blocco di sale sul fondo e con un cesto porta i cristalli in superficie fino a riempire tutta la barca. In ogni giorno di lavoro porta a riva oltre 200 kg di sale». O ancora Harouna, 31 anni del Burkina Faso, vive in Italia, vicino Salerno, ha il permesso di soggiorno e lavora in un centro commerciale. «E' arrivato nel nostro paese da clandestino», racconta Nanni, «con una carretta del mare partita dalla Libia con 100 persone a bordo».
La troupe ha visitato anche un cimitero a Joal, in Senegal: «rappresenta uno straordinario messaggio di pace per tutto il mondo: musulmani e cristiani sepolti gli uni accanto agli altri, in un'isola artificiale costruita interamente con la terra e con le conchiglie». A Dakar si è imbattuta in quella che in Brasile si chiamerebbe ‘Favela’: «ho visto tanta miseria ma non ho incontrato neanche un miserabile», racconta Nanni. «Niente criminalità, nessuna violenza o pericolo. La bellezza e la dignità di questo popolo mi stupisce sempre».

Adesso il ritorno a casa: «sono stanco, fisicamente, come poche altre volte in vita mia», racconta Nanni. «La cosa più preziosa che riporto con me da questo viaggio in Senegal, in Africa, è questo sacchetto di sale di Lac Rose, insieme a tutte le cose viste, conosciute, imparate, filmate, fotografate, odorate, sentite sulla pelle qui. Quando cucinerò un bel piatto di pasta con questo sale (di ottima qualità e che in Italia usiamo sulle autostrade per combattere il ghiaccio d’inverno solo perché da noi è venduto a basso costo) penserò a Mbassa e a tutti i ragazzi che lavorano al lago rosa. A tutti i ragazzi che si rovinano la salute, per sempre, pur di tirare su i cristalli di sale dal fondale del lago. Penserò a loro con profondo amore e rispetto. Anche se non sono il tipo, forse pregherò per loro».
«Questo secondo viaggio qui mi ha insegnato una valanga di cose», continua il regista pescarese. «Che non scegliamo noi di nascere in un posto o in un altro, che il rispetto per la condizione umana e per la cultura altrui è la base di qualsiasi progresso, che il Senegal è un paese straordinario, in via di sviluppo e con grandissime contraddizioni, fatto di gente pacifica, aperta, cordiale e di grande cultura, che si può vivere insieme in pace anche se si prega in maniera diversa, che il debito è l’arma con cui i paesi occidentali e la Cina sfruttano ancora l’Africa».
«Mi ha insegnato», va avanti Nanni, «che in un paese straniero è meglio non filmare, anche solo per sbaglio, un poliziotto (specialmente se il poliziotto in questione non gradisce e ti porta in commissariato per ore, come successo a me), che ho rischiato anche la vita in qualche occasione per poter raccogliere immagini significative ma che ne è valsa la pena, che le dinamiche umane sono uguali in ogni parte del mondo. Sono felice di aver spesso disprezzato la Lega e quei partiti che, per un pugno di voti in più, hanno sempre parlato e sparlato contro gli immigrati, alimentando odio, razzismo e ignoranza: qui, ho visto e ascoltato tante storie che mi hanno aperto ancora di più gli orizzonti su una questione enorme come quella dei flussi emigratori».
«Mi ha insegnato», racconta ancora, «che un operaio qui guadagna 150 euro al mese e che le ingiustizie hanno la faccia della madre del mio amico, malata di cancro, che per poter fare la chemio deve pagare 400 euro al mese per sei mesi. Mi ha insegnato quanto i senegalesi amino e rispettino il nostro paese. Non posso dire lo stesso nei confronti della Francia».