SANITA'

Abruzzo. Il Pd torna a fare proposte con un convegno sulla sanità

«I manager Asl in Abruzzo sono ingovernabili, altro che riforme»

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ABRUZZO. Con una tavola rotonda sulla sanità, che ha messo a confronto l’Abruzzo con le Marche e la Toscana,  il Pd abruzzese ha iniziato il suo ritorno alla politica attiva.
 La novità, al di là dei contenuti, è stato il taglio non autoreferenziale dell’incontro: insieme al segretario Silvio Paolucci ed agli onorevoli vecchi e nuovi in servizio (ma c’era pure Luciano D’Alfonso), c’erano molti consiglieri regionali (ma pochi sindaci), molti addetti ai lavori del comparto sanità, i sindacalisti Cisl e Uil ai massimi livelli, i relatori Silvio Basile, Francesco Ricci, Roberto Mazzetti e Gianfranco Visci, ma c’erano soprattutto come ospiti e relatori l’assessore Almerino Mezzolani, Regione Marche, il direttore sanità della Toscana ed il sub commissario Giuseppe Zuccatelli, che hanno spiegato “cosa accade” nelle altre realtà territoriali governate dal centrosinistra.  Che era poi il significato della manifestazione, coordinata da Giovanni D’Amico.
Dunque un confronto è partito dalla critica (Silvio Paolucci) all’approccio solo ragionieristico della sanità targata Chiodi e dalla necessità (Camillo D’Alessandro) di tornare a proporre modelli sanitari alternativi in cui il cittadino-malato sia più protagonista ed ha analizzato pregi e difetti delle riforme sanitarie che altre regioni hanno realizzato con successo, anche se non senza problemi.
«Le difficoltà che incontra l’Abruzzo a governare il cambiamento in sanità – ha spiegato il sub commissario Giuseppe Zuccatelli – nascono da due ostacoli importanti: il primo è che il commissario non dovrebbe essere il presidente della giunta (che poi deve fare i conti con i suoi assessori) ed il secondo è che i direttori generali fanno quello che vogliono e non sempre seguono le direttive impartite. Non è così nelle Marche, non è così altrove. Il che complica ulteriormente la gestione della sanità, visto che l’Abruzzo con il Piano di rientro è già a sovranità limitata, come l’Italia rispetto all’Europa».


 In pratica il messaggio che è passato ieri, attraverso la conoscenza delle altre esperienze regionali, è che si può cambiare, si può migliorare se la politica riesce a realizzare scelte coraggiose e lungimiranti, superando campanilismi e visioni settoriali.
 Come è accaduto nelle Marche, dove esiste una sola Asl regionale, articolata su 6 Aree vaste, con una direzione centralizzata ed un coordinamento delle attività territoriali, dove c’è ampio spazio per le autonomie locali. E dove sono stati chiusi 13 piccoli ospedali, ma non allo stesso modo che in Abruzzo. Quei piccoli ospedali continuano a svolgere il loro compito di presidiare il territorio, che non è stato sguarnito di servizi: sono stati trasformati in case della salute e sono state realizzate 32 aviosuperfici per consentire a due elicotteri regionali di svolgere il loro compito di integrare così la rete dell’emergenza urgenza.
«Non è stato facile – ha spiegato l’assessore Mezzolani – ma adesso la sanità nelle Marche funziona meglio di prima».
 Come dire che la politica, quando vuole, riesce a decidere ed a produrre, come è avvenuto anche per la scelta di costruire un nuovo ospedale, sottraendolo ai campanilismi locali. Ma in tempi di risorse scarse, se non decrescenti (il Fondo sanitario nazionale quest’anno è stato tagliato di 1 miliardo di euro), lo sforzo maggiore che si dovrebbe realizzare in Abruzzo è quello di migliorare la qualità dell’assistenza, una volta messi in sicurezza i conti.


 Secondo il sub commissario Zuccatelli, sono tre la aree di intervento: la rete dell’emergenza urgenza (per ictus,infarto e grandi traumi), la cronicità, la prevenzione. Cioè si tratta di lavorare sulla rete degli ospedali per dare risposte alle acuzie, sulla rete delle famiglie e delle residenze sanitarie, per consentire il proseguimento delle cure al malato post acuto, sulla rete dei luoghi di lavoro dove assicurare maggiori tutele e sugli screening «utero, mammella e colon» che statisticamente sono le cause maggiori di morte.
«Non farlo è un omicidio», ha chiosato Zuccatelli, che è stato il più applaudito dei relatori, anche se ha avuto una piccola contestazione dal dottor Ciofani che ha reagito ad una affermazione del sub commissario che aveva criticato «i giovani medici, più avidi che preparati professionalmente», facendo riferimento a casi di cronaca.
Cosa che Ciofani non ha gradito «perché bisogna fare nomi e cognomi», anche se gli esempi erano noti a tutti. Il messaggio che ieri è passato dunque è stato semplice a dirsi, ma meno facile da realizzare: quello che si farà in sanità domani dipende esclusivamente da quello che si programma oggi, lavorando molto sulla frammentazione e sui campanili, oltre che sugli interessi particolari che ritardano una visione complessiva della sanità moderna. Le battaglie a difesa dell’esistente sono battaglie di retroguardia: oggi difendere un piccolo ospedale deve significare la sua trasformazione in presidio territoriale della salute. L’ospedale moderno è un concentrato di tecnologia e forse in Abruzzo non ne serve più di uno. 


Sebastiano Calella