INCURIA E STORIA

Teramo, ospedale psichiatrico in abbandono da 14 anni

I cittadini: «un fantasma nel cuore della città»

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TERAMO. E’ lì, fermo dal 1998, inutilizzato ed abbandonato.

 L’ex ospedale psichiatrico di Teramo è un fantasma nel cuore della città, dice qualcuno. Dalla sua chiusura, nel 1998 (per effetto della legge Basaglia) nessuno ha saputo più cosa farne.
L’immobile oggi è di proprietà della Asl. Racchiude giardini, officine, una chiesa barocca dedicata a Sant’Antonio Abate.
Un tempo, nel 1323 era un ricovero per ammalati e bisognosi. Poi la Congregazione di carità, lo trasformò in un centro di cura ospedaliera ed assistenziale.
La legge 13 maggio 1978 n. 180 (legge Basaglia) stabilì la chiusura degli ospedali psichiatrici italiani. E l’ospedale di Teramo chiuse definitivamente i battenti, il 31 marzo 1998.
Da allora si discute della destinazione d’uso di questa struttura. Si pensò di utilizzarla come una sala polifunzionale, come auditorium. Altri, invece, proposero di conservarne la destinazione iniziale.
Oggi, tra quelle mura ci sono ancora documenti, letti, pigiami, scarpe, suppellettili appartenuti ai degenti, macchinari, mobilio, piatti che attendono di essere recuperati. Testimoni di lacrime e di gioie di tante vite umane, come documenta anche un video girato nel 2009 da Vincenzo Cicconi e Sergio Scacchia.
Si è preso a cuore questo problema Fabrizio Primoli, teramano sensibile che si è dato da fare anche per creare una pagina sull'enciclopedia più diffusa al mondo, Wikipedia, nella speranza dice, che possa servire a stimolare la discussione sul recupero di una struttura la cui storia, in fondo, coincide con la storia della città di Teramo e stimolare l'orgoglio dei suoi concittadini. 


Primoli non è d’accordo sull’idea di usare l’ospedale per fini privati. «Non mi convincono questi progetti da un punto di vista operativo, ma ancor più dal punto di vista del cuore. L’ospedale di Sant’Antonio Abate nacque con finalità sociali: assistenza caritatevole (prima) ed assistenza sanitaria (poi). A quello dovrebbe tornare, a mio parere. 675 anni di storia non possono e non devono essere cancellati così».
Secondo Primoli per valorizzare la struttura bisognerebbe pedonalizzare del tutto via Aurelio Saliceti, «dotandola di una pavimentazione più elegante e rendendola uno dei punti più belli di accesso al centro storico con una serie di caffè e ristoranti in stile, aperti su questa strada». Il resto della struttura dell’ospedale psichiatrico, dice Primoli, «opportunamente recuperata e non stravolta (giova ricordare che trattasi di una serie di edifici vincolati, con una storia notevolissima), potrebbe ben adattarsi ad ospitare attività di carattere differente. Una sezione, più o meno ampia, la riserverei alle finalità originarie per le quali nacque il complesso sin dal 1323: quelle sociali. Vorrei che almeno un’ala della struttura fosse destinata ad ospitare una sorta di museo della psichiatria, sulla scorta di quanto lodevolmente e fortunatamente avvenuto in realtà quali Roma (Santa Maria della Pietà) o Volterra. Esporre, nei locali che hanno ospitato i dolori e le vite di tante anime sofferenti, una mole incredibile di materiale utilizzato in varie epoche storiche all’interno dell’ospedale psichiatrico (documenti d’archivio, mobili, suppellettili, oggetti personali, strumentazione medica, fotografie, abiti e testimonianze del passato) credo sia il modo più giusto ed eticamente più nobile per onorare quelle mura e lo scopo per il quale nacquero».
Ma la strada per una soluzione sembra ancora tutta in salita.
m.b.